Nel 1941 un manipolo di soldati italiani viene inviato a occupare un’isoletta dell’Egeo che, in apparenza disabitata, si rivela per loro ricca di sorprese, il luogo ideale per dimenticare ed essere dimenticati dalla guerra. Con queste premesse il regista Gabriele Salvatores crea una commedia capace di trattare con ironia e spensieratezza problemi complessi del nostro Paese, procedendo a una progressiva presa di coscienza dell’intrinseca dannosità della guerra. E sarà proprio questo mix di elementi a  far vincere a Mediterraneo l’Oscar come Miglior film straniero nel 1992.

Le situazioni, di per sé scontate – le scarpe di cartone dell’armata, la simpatia per le abitanti, la solidarietà crescente tra i soldati e i paesani –, vengono rinfrescate dai dialoghi, frizzanti e significativi, che trasmettono il desiderio, sempre più presente negli italiani, di conoscere se stessi e il senso di una guerra vista forse come l’unica speranza di cambiare e di migliorare il proprio Paese. Da questo sentimento nasce la vena di malinconia che percorre tutti i 99 minuti del film, conferendogli una profonda dimensione umana grazie anche a un cast brillante in cui figurano Diego Abatantuono, Claudio Bisio e Claudio Bigagli, sempre capaci di strappare un sorriso anche nei momenti più riflessivi ed emotivamente carichi. Magistrale soprattutto l’interpretazione di un (quasi) giovane Abatantuono, che nei panni del sergente Lorusso si impegna a mantenere alto il morale dei suoi uomini e, più o meno consapevolmente, li guida attraverso i tre anni di oblio sull’isola; sarà sempre lui a richiamarli all’ordine alla fine della guerra, per ricordargli la loro importanza nel nebuloso, ma carico di speranze, futuro di una nuova Italia.

Punta di diamante del cinema italiano, Mediterraneo racconta la storia di otto uomini alla ricerca di un’identità in una guerra mai sentita come propria, ridotta ormai a una sottile maschera che si sgretola all’improvviso per lasciare spazio a un vuoto tutto da colmare. A quella delusione dei giovani degli anni ’40 Salvatores assimila quella autobiografica dei post-sessantottini oggi, spinti allora ad agire da grandi ideali di cui ormai poco rimane. Ma questa vicenda, emblematica e cronologicamente trasversale, rimane attuale anche per quanto riguarda la questione dei rifugiati, costretti a lasciarsi alle spalle la propria patria nella speranza di poterla rivedere e, magari, di riuscire a cambiarla estirpandovi l’odio e le più profonde storture.

Caterina Polezzo

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