Qual è la differenza tra una vittima e un martire? Questo è il quesito sollevato da Martyrs, film “maledetto” e profondamente provocatorio di Pascal Laugier, regista noto al grande pubblico per il successivo I bambini di Cold Rock (2012), thriller che non raggiunse le vette di introspezione psicologica e di riflessione sul male toccate invece da Martyrs (2008, qui trattato) ma che riscosse un buon successo di pubblico e di critica.  Martyrs è un viaggio perverso, a cavallo tra spiritualità e depravazione, nei meandri della mente e dell’ossessione umana per la vita post-mortem. La povera Lucie (Mylène Jampanoï), condannata suo malgrado a un’epopea verso il martirio voluta dai suoi spietati rapitori, è un agnello sacrificale che non ha nessuna intenzione di morire sull’altare senza lasciare traccia. La sua voglia di sopravvivere è la sua stessa condanna, un paradosso che si spiega nelle parole del capo supremo dell’organizzazione criminale che tiene Lucie prigioniera: “I martiri sono persone eccezionali, sopravvivono al dolore e alla totale deprivazione. Sopportano tutto il dolore del mondo. Si arrendono solamente a loro stessi, trascendono la propria esistenza”

Lungi dall’assumere un senso strettamente religioso, per “martire” si intende non solamente chi è pronto a morire per una causa superiore: non basta il sacrificio, non basta abbandonarsi alla morte, si deve abbracciare il male e cedervi, senza però soccombere. Il confine tra vita e morte viene interiorizzato dai personaggi in una strenua gara di resistenza priva di vincitori. Non a caso l’etimologia greca della parola è μάρτυς, “testimone”, colui che porta sul proprio corpo i segni di una fede o di un ideale in cui crede; il martire non ha dunque nulla a che vedere con l’espressione dell’amore verso Dio e la scelta di sottostare al suo volere. La sola vittoria del martire risiede nella propria sconfitta in nome di un non meglio definito Altro, nella trascendenza che porta l’umano allo spirituale.

Essere vittima è facile: si è vittime del destino, degli eventi, si può addirittura essere accusati di “fare la vittima”; basta restare passivi e aspettare che sfortuna e fato si abbattano su di noi. Il martire, invece, porta con sé un fardello di cui non sente fino in fondo il peso. Il martire viene scelto, o si reputa tale, e diventa parte di una élite di coraggiosi e folli, temerari e irrazionali. Forse la ragione impedirebbe loro lo slancio nell’Oltre, in una nuova vita che è anti-vita e cl contempo ultra-vita. Così, chi ha imprigionato la povera Lucie diventa qualcosa di più rispetto a un carnefice: si erge al ruolo di creatore di martiri, di trascendenze, e impone al prescelto un cammino che sfonda le porte della realtà terrena conducendolo tortuosamente all’Inconoscibile, nella speranza che diventi umano, comprensibile. Ma il film dimostra in modo lampante l’esatto contrario.

Il finale è una gemma preziosa incastonata nella riflessione sul vittimismo e il martirio. Parte della critica ha attaccato la pellicola bollandola come una cruenta esibizione di violenza ed efferatezze stile torture porn, ma non ha colto i risvolti ben più profondi di un’opera in grado di indagare la trascendenza del male e non solamente la sua connotazione carnale. E in qualche modo anche lo spettatore viene martirizzato, costretto ad assistere a una vicenda forte e commovente, privato della possibilità di distogliere lo sguardo ma fiero di aver resistito fino alla fine alla visione di una messinscena che ha ben poco di artificioso e fin troppo di reale.

Federico Squillacioti