Da Steve McQueen ad Ai Weiwei, da Julian Schnabel a David Lynch: non è raro imbattersi, da qualche anno a questa parte, in prodotti cinematografici diretti dai big dell’arte contemporanea. Dal bouquet internazionale emerge l’opera di Julian Rosefeld, artista e filmmaker tedesco autore di video installazioni di stampo documentaristico.

Presentato al pubblico australiano già nel 2015 e a quello americano un anno dopo, Manifesto nasce come video installazione, una giustapposizione di tredici sequenze adattate poi per il grande schermo in un unico film. Il titolo rivela immediatamente il proprio intento programmatico: riproporre la storia di alcuni dei principali movimenti artistici e politici del Novecento attraverso le loro stesse dichiarazioni d’intenti. Alla recitazione di questi manifesti si affianca l’interpretazione di archetipi da parte Cate Blanchett, unica, camaleontica e sontuosa protagonista del film. Come ha dichiarato il regista, Manifesto è cucito sulla pelle dell’attrice: alcuni anni fa, grazie ad una conoscenza in comune, i due si sono incontrati al vernissage di una galleria berlinese e da quel momento hanno progressivamente dato forma a un dialogo artistico culminato nel film.

Ogni personaggio vive un détournement, tuttavia solo apparente. Si pensi all’episodio in cui una compita madre di famiglia siede con i suoi tre figli intorno a un tavolo su cui troneggia un fumante pollo arrosto. Con occhi chiusi e mani giunte Cate Blanchett recita il manifesto della Pop-art di Claes Oldenburg, cadenzandolo con il ritmo ripetitivo di una preghiera. L’accostamento tra le due circostanze è improvviso e nauseante, fa girare la testa e finisce bruscamente, proprio com’è iniziato. È proprio questo l’elemento di Manifesto subdolo e latente che stenta a venire a galla, finché non lo si riconosce: il serpeggiante espediente dell’insinuazione. Rosefeldt si spinge fino a suggerire che tutti i Manifesti presenti nel film siano in realtà dei proclami vuoti e spenti, esercizi di stile appetitosi per pochi o ingenui tentativi di dichiarare i propri intenti.

Il regista mette dunque in dubbio la rilevanza di tutti i proclami, demitizzando ciò che la storia ha spesso sbandierato a mo’ di autocompiacimento. Ricorre allora la discrepanza tra ciò che lo spettatore ascolta e ciò che vede, spingendolo a domandarsi cosa sia il falso e cosa il vero. I due piani ontologici si avvicendano di continuo e il trasformismo di Cate Blanchett ne asseconda i capricci. Il dinamismo febbrile che ritma la successione dei personaggi è inoltre legato, almeno in parte, alle modalità di realizzazione tecnica della pellicola: le scene sono state girate in soli quindici giorni e il montaggio non è durato che qualche mese.

L’opera di Rosefeldt si accomoda così in una poltrona per due, dove c’è spazio per un connubio tra videoarte e cinema, vero e falso, film e manifesto, possibilità e incertezze.

Agnese Lovecchio