Incredibile a dirsi, è successo davvero. Lo dirò tutto d’un fiato, come una di quelle notizie urlate all’improvviso che rompono un equilibrio. Quindi sedetevi e fate un bel respiro: un film è riuscito a essere più bello del libro da cui è tratto.
Facce inorridite, sguardi confusi, espressioni scettiche: non potete crederci? Seguitemi su una nave, lasciatevi trasportare dalla musica soffusa di un pianoforte e da melodie che si fondono con il rumore delle onde. Questa è la storia di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, questa è La Leggenda del Pianista sull’Oceano.
“Ladies and Gentlemen, meine Damen und Herren, Signore e Signori… Mesdames e Messieurs”, benvenuti sul Virginian, dove tutto è possibile: è la nave dei grandi sogni, dove la gente balla per dimenticare, per non pensare, per sentirsi viva. È la casa de “il più grande solleticatore d’avorio dei sette mari.” Avrete sentito parlare di lui, no? Si tratta di un uomo che sul mare ha fatto davvero di tutto, tranne forse camminarci sopra – ma si dice che sia riuscito a fare anche questo. Novecento nasce sul Virginian, e dal Virginian non scenderà mai.
Tutto qui. Non andatevene, ve ne prego, restate ancora un po’ qui con me: non ve ne pentirete, sapete?

La storia dell’eccentrico pianista nasce nel 1994 dalla fantasia di Alessandro Baricco, che in un libricino di una cinquantina di pagine riesce a creare immagini dalla grande carica poetica. Il testo, pensato fin dal principio per la messinscena teatrale, si presenta come un regalo all’attore Eugenio Allegri e al regista Gabriele Vacis; ecco allora che lo spettacolo debutta nello stesso anno al Festival di Asti. Il monologo delizia gli spettatori stagione dopo stagione, riscuotendo grandissimo successo – riproposto anche quest’anno al Piccolo Teatro di Milano con il titolo Novecento. Vent’anni dopo, prende vita in un allestimento squisito, meritevole di essere visto.

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La storia, nel 1998, attira l’attenzione di Giuseppe Tornatore: viene adattata e integrata per la realizzazione di un film. Il famoso libricino si trasforma in un capolavoro della durata di 165 minuti: “alla faccia!” – verrebbe da dire. Per questo motivo – e che sfortuna per gli spettatori dell’epoca – la produzione decide di operare alcuni tagli per la distribuzione cinematografica, riducendo la durata della pellicola a “sole” due ore, scelta commerciale volta a evitare lo sbadiglio in sala. L’errore risiedeva proprio in questo: le due ore e quaranta complessive – reintrodotte con l’uscita dell’Home Video – sono puro appagamento per il cuore, una gioia per gli animi poetici, capaci di abbandonarsi alla dolcezza dell’evocazione. I dialoghi, straordinari, tengono incollati allo schermo, come solo pochi film riescono a fare.
Romanzo, spettacolo di teatro e infine pellicola: insomma, un signor curriculum vitae per un testo così ridotto.
Oltre a essere uno scritto letterario e teatrale, La Leggenda del Pianista sull’Oceano è una vera e propria opera d’arte che lascia tutti a bocca aperta. Ben si adatterebbe al vedutismo di Canaletto per l’attenzione minuziosa ai dettagli, soddisferebbe l’impressionista Monet per la resa dell’atmosfera, per lo scenario dell’epoca e per l’interesse a ritrarre un preciso momento, un’emozione irripetibile e rara, farebbe sorridere surrealisti come Magritte e Mirò per la straordinaria capacità di esprimere il subconscio e i desideri più reconditi tramite immagini, parole e musica. Novecento – è lui stesso ad ammetterlo – attraverso l’immaginazione si prefigura migliaia di luoghi e li descrive nei dettagli; conosce milioni di persone per mezzo dei loro occhi, tramite i loro discorsi. Soddisfa allora la propria voglia di scoprire rinchiudendosi nelle melodie al pianoforte, vagando in un mondo infinito senza mai scendere dalla nave.

“Sapeva leggere Novecento, non i libri. Quelli sono buoni tutti. Sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso, posti, rumori, odori. La loro terra, la loro storia, tutta scritta addosso. Lui leggeva e con cura infinita catalogava, sistemava, ordinava in quella immensa mappa che stava disegnandosi in testa. Il mondo magari non l’aveva visto mai, ma erano quasi trent’anni che il mondo passava su quella nave. Ed erano quasi trent’anni che lui su quella nave lo spiava. E gli rubava l’anima.”

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Affascinato da qualcosa di indefinibile, da un’avventura che non esiste, lo spettatore non riesce a spiegare il dolce senso di straniamento che deriva dalla proiezione. Sarà forse perché l’uomo è spesso attratto dall’ignoto, da ciò che non riesce a raccontare o a definire né a comprendere: in questo La Leggenda del Pianista sull’Oceano è insuperabile. Neppure il romanzo può far nulla, vinto da immagini così particolari che il lettore non avrebbe potuto prefigurarsi, e viene rapito dalle espressioni assorte del protagonista mentre suona.

Il vero knockout che mette al tappeto Novecento di Baricco è il prodotto cinematografico in sé. Il film regala interpretazioni da brivido – la regia dovrebbe ringraziare anche gli straordinari doppiatori Massimo Popolizio, voce di Novecento, e Carlo Valli alias Max Tooney – grazie a Tim Roth, perfetto nei panni del pianista stralunato e assorto, un eroe-inetto di cui ci si innamora, e a Pruitt Taylor Vince, fiero trombettista, intenso e commovente, una piacevole sorpresa per il mondo del cinema.

Ciò che fa compiere quel salto di qualità che semina di anni luce il romanzo è sicuramente la musica, che accompagna i personaggi e le vicende durante tutta la durata del film. Le melodie del geniale Ennio Morricone cullano dolcemente lo spettatore, lo emozionano, lo inducono a scatenarsi sulla pista da ballo sulle note di un irresistibile jazz; da Playing Love a Danny’s Blues, a Nocturne With No Moon e The Crave: ogni pezzo costituisce una perla rara, un dono che Morricone inserisce in un’opera cinematografica altrettanto preziosa. Il compositore manifesta appieno il suo talento nel duello tra Novecento e Jelly Roll Morton, scena che toglie letteralmente il fiato. Enduring Movement è una canzone emblematica per rendere l’idea dell’eccezionalità musicale del film: eseguita a quattro mani – unico modo per poter eseguire la partitura – è un tripudio di potenza e armonia che imprigiona in uno stato ipnotico e surreale.

Per ultimo, ma non per importanza, il tema centrale: La Leggenda del Pianista sull’Oceano diventa un film-metafora sull’esistenza come perenne conflitto tra il finito e l’infinito. Concetto che viene trasposto nel protagonista, in continua lotta tra il desiderio di scendere dalla nave, di diventare “una persona normale”, scoprendo una realtà fino ad allora preclusa, e la sua predisposizione a vivere nel solo modo che conosce, a misura d’uomo: “Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu lo sai che sono 88 e su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quegli 88 tasti la musica che puoi fare è infinita. Questo a me piace. In questo posso vivere.”

Novecento non scenderà dal Virginian, non troverà il coraggio o la motivazione di affrontare un mondo di cui non vede la fine. Non si limiterà neanche a cercare sempre altrove il posto giusto o la felicità, come pensa facciano tutti gli uomini da sempre, eterni insoddisfatti di una vita mai appagante. Il pianista dell’oceano troverà il suo posto all’interno di sé, nella sua musica, nei suoi sogni e desideri mai realizzati. Questo è quanto, non un “se”, non un “ma”, solo la fine.
E allo spettatore va bene così, accetta la decisione di Novecento tra lacrime amare, felice e compiaciuto della profondità dell’intera proiezione.

Venisse riproposto nelle sale cinematografiche, La Leggenda del Pianista sull’Oceano farebbe il pienone: di nostalgici, di vecchie e nuove generazioni, di chi crede ancora nel potere delle parole e della musica, di chi, in un mondo fatto di concretezza e di discorsi preconfezionati e sterili, si concede ancora il lusso di aprire bene gli occhi e viaggiare con la fantasia.

Anna Magistrelli