Si ama la propria madre quasi senza saperlo, e non ci si accorge della profondità delle radici di questo amore se non al momento della separazione definitiva”. Con queste parole di Guy de Maupassant, un giovanissimo Xavier Dolan, apre il suo film d’esordio: J’ai tué ma mère.

Un titolo scelto dal regista canadese per un’analisi semi-autobiografica del difficile rapporto fra il sedicenne Hubert (Xavier Dolan) e sua madre Chantale (Anne Dorval). La macchina da presa si insinua nella vita di ogni giorno dei due, cogliendo gli occhi pieni di rabbia del figlio e di amarezza quelli della madre. Non c’è campo e controcampo nei loro dialoghi: ognuno ascolta da lontano, in un angolo della sua inquadratura. Sebbene discutano di continuo, è come se parlassero sempre da soli.

Hubert prova per la madre un’insofferenza che sconfina nel disgusto, infastidito persino dai suoi più piccoli gesti, e non fa che ricordaglielo. Tuttavia, sa di amarla profondamente e vorrebbe comunicarle il suo affetto ma non ne è in grado, tanto che, a volte, il senso di colpa lo assale e l’impellente bisogno di manifestare ciò che prova esplode tutto insieme, esternandolo in modo eccessivo ed estremo. Le ripete più e più volte che la ama, e desidera l’affetto di lei più di qualsiasi altra cosa.

Chantale non si è mai sentita a suo agio nel ruolo di madre, ma la vita l’ha costretta a farsi forza e crescere un figlio da sola. Ora che Hubert si avvia all’adolescenza, la situazione si appesantisce per Chantale: la nostalgia di quei momenti passati, quando Hubert le raccontava tutto, rende ancora più insopportabile l’assenza di dialogo del presente.

La narrazione è intervallata da momenti in cui la sceneggiatura si abbandona al flusso di coscienza di Hubert, girati come una sorta di confessione video. È in questi frangenti che Hubert sostiene che bisognerebbe poter uccidere nella mente le persone che amiamo per rinascere e incontrarsi da sconosciuti: forse così lui e Chantale andrebbero d’accordo, superando quel complesso d’Edipo che gli impedisce di raggiungere l’indipendenza a cui tanto aspira. Un omicidio intellettuale che strizza l’occhio al piccolo Antoine de I 400 colpi, tanto che Hubert convince l’insegnante di essere orfano di madre.

Grazie a numerose di digressioni oniriche, l’interiorità di Hubert è sempre in mostra. In queste visioni Chantale assume mille forme: da cadavere sepolto fra i fiori a diva dal grottesco esibizionismo, fino a leggera donna dal vestito bianco che sfugge al figlio disperato. Con un utilizzo magistrale dello slow motion, Dolan dipinge l’estenuante e vano inseguirsi di madre e figlio nella mente di lui, destinati a non trovare mai un punto d’incontro stabile. E infatti, ogni volta che la loro relazione comincia a funzionare, uno dei due rivanga una delle tante questioni irrisolte che sconvolge il fragile equilibrio dei due.

La sensibilità del regista coglie Hubert anche nella sua joie de vivre di giovane innamorato. Così, il ritmo aumenta all’improvviso quando il ragazzo può fare l’amore col fidanzato Antonin ai piedi di un muro dipinto  alla Pollock, mentre lo spazio si riempie delle grida dei Noir Désir. Gli occhi di Hubert sono quelli acerbi di un adolescente, che scruta ancora speranzoso ed energico un mondo che non sa mai appagare le sue aspettative. L’intuizione brillante di Dolan è quella di cogliere l’arroganza che permea le azioni del ragazzo,  sottolineando gli aspetti ridicoli della sua ribellione, e al tempo stesso rispettare la sua autentica sofferenza, conferendo alle sue paure l’approfondimento che meritano.

J’ai tué ma mère non è altro che l’osservazione sincera e mai edulcorata di una famiglia, intesa come luogo dei rapporti fra persone che, senza possibilità di scelta, si sono trovate indissolubilmente legate.

Clara Sutton

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