Correva l’anno 1977 quando  uscì nelle sale il settimo lungometraggio di Woody Allen,  Io e Annie, vincitore di quattro premi Oscar (miglior film, miglior regia, migliore attrice protagonista Diane Keaton, migliore sceneggiatura originale) e destinato a istituirsi come prototipo della commedia romantica, dando voce a centinaia di filoni e imitazioni.  Si trattava di un Allen maturo e già affermato, ma fu proprio con Io e Annie che il regista statunitense inaugurò un periodo nuovo, fatto di umorismo colto e malinconico e di romanticismo dolceamaro, fortemente influenzato da Bergman e Fellini, modelli che attraversano le ossessioni alleniane in maniera diagonale, privilegiando come sempre l’amata Manhattan.

Io e Annie è essenzialmente una tragicommedia sviluppata come una seduta terapeutica introspettiva di Alvy Singer (Woody Allen), giovane newyorkese che tenta di ricomporre i cocci della relazione con Annie Hall (Diane Keaton), scandita da una suite di stilemi alleniani raffinati, come le opposizioni  parola-pensiero, le comparsate fulminee, gli improvvisi split screen (si pensi ai paralleli tra le due sedute psicoanalitiche di Alvy e Annie), i piani sequenza, i flashback e gli inserti di animazione. Non si tratta del semplice archetipo di tutte le commedie di Allen: Io e Annie è l’essenza della sua arte, che scardina gli ideali romantici degli anni ’60 e inneggia alla libertà sessuale, alla vita da single, all’emancipazione femminile e al successo, sfruttando sempre l’iconica ironia jewish che contraddistingue Allen.

Il risultato è una pellicola atemporale e dalla struttura narrativa atipica, che inizia svelando il finale allo spettatore e inserendo la voce fuori campo che rompe la quarta parete e tocca i ricordi d’infanzia di Alvy. Come avviene durante una vera e propria seduta  psicoanalitica, lo spettatore viene spinto ad aprire la mente, ad abbandonarsi a una logica atemporale e a sviluppare liberamente il proprio pensiero, complice uno stile  visivo e di scrittura che segue il flusso della coscienza. La forza del film risiete proprio nella sua capacità di far emergere ciò che si cela dietro a una relazione sentimentale, alla natura intima dell’amore, a quell’alchimia utopica a cui aneliamo, senza limitarsi a descriverla come invece avverrà nei filoni successivi ispirati al film, che cercheranno il lieto fine a tutti i costi.

Il finale del film è inaspettato e riserva un commovente amarcord. Il protagonista a capisce infatti che (come in Gertrud di Dreyer) l’importante è aver vissuto e amato, che aver conosciuto Annie è stato più importante di averla persa. Oltre al sentimento d’amore tra due persone, irrazionale e sempre esposto al rischio di svanire, Allen ricorda allo spettatore che quello stesso rapporto umano rimarrà puro, anche se Alvy e Annie non si sposeranno e non avranno figli, perché potranno sempre contare l’uno sull’altro. E il finale serba così un sapore dolce e un’impronta ottimista.

Una delle scene emblematiche dell’irrazionalità delle relazioni è quella in cui Alvy e Annie sono in cucina e giocano con le aragoste da cuocere. La spontaneità del momento racchiude il senso del film: stare bene con la persona che si ha accanto apprezzando le piccole cose, anche quelle più stupide. Non a caso, dopo la rottura tra i due, Alvy ricrea la medesima scena con una nuova ragazza, ma non sortisce assolutamente lo stesso effetto: è costruita, meditata e, soprattutto, senza Annie. Tutti i personaggi raccontano quanto sia stupendo innamorarsi e, al contempo, quanto sia difficile comprendersi per via delle differenze tra uomo e donna, della situazione socio-culturale e soprattutto della difficoltà nell’accettare le fragilità dell’altro, sia quelle sessuali, figlie di traumi a livello psicoanalitico, sia quelle personali di Alvy, incapace di farsi bastare ciò che ha: non è sufficiente un “ti amo”, né un “ti stra-amo”, né un “ti ad-amo” (nella versione originale “lovve”, con due “v”).

Il titolo doveva essere Anedonia (in greco “impossibilità di provare piacere”), ma venne cambiato in Annie Hall per via del diminutivo del vero nome di Diane Keaton (Diane Hall). E sarà proprio l’unicità di Annie a regnare sovrana nel film, dalle sue gag e i suoi sorrisi al suo look (non erano abiti di scena ma i reali vestiti della Keaton). Dietro all’omaggio alla sua musa (nessun’altra saprà eguagliarne la verve), però, si cela l’egocentrismo di Allen, del paziente sul lettino, del bambino dal precoce appetito sessuale cresciuto in una famiglia ebrea e soggetto a depressione, che svilupperà un particolare ascendente sulle donne.

Quando, durante una partita di tennis, conosce Annie, Alvy incontra il suo alter ego: impacciata e confusa, che cela le proprie insicurezze con interiezioni la-di-da. Ed ecco che l’amore sboccia. Alvy avvierà Annie alla psicoanalisi e la incoraggerà a emanciparsi, ma sarà proprio questa nuova attitudine di Annie la causa dell’allontanamento tra i due: più lei si emancipava da una condizione subalterna rispetto agli altri, più il loro amore diminuiva; più si è provvisti di una solida personalità, più le proprie relazioni amorose sono a rischio e si è soggetti a insoddisfazione e nevrosi.

Oggi, a distanza di quarant’anni, la narrazione sentimentale non è cambiata, ha  semplicemente  acquisito  caratteristiche differenti e fatica a scavare così a fondo con leggerezza. Il risultato è una tendenza a dividere la tragicomicità in due compartimenti stagni, in due filoni che non si incontrano: da un lato il racconto sentimentale che scava nel profondo dell’animo umano e sfocia nel drama, dall’altra parte il racconto sentimentale che vuole far sorridere e tocca la comedy. In pochi sono riusciti a replicare la comicità tragica di Allen che, a dispetto della sua visione nevrotica e angosciante, mostra sempre il bicchiere mezzo pieno.

Daniela Addea