Settimana scorsa, lunedì 1 giugno 2015, Christopher Nolan, durante il discorso di commiato ai laureandi di Princeton, ha esordito affrontando il rapporto tra sogni e realtà, apparentemente un classicone per chi è in procinto di abbandonare la bambagia dell’università e di inoltrarsi nello spietato mondo del lavoro, il solito “credi nei tuoi sogni e loro diventeranno realtà”. Nolan, però, dice esattamente il contrario: “In generale, in questi discorsi, si dice sempre di inseguire i vostri sogni. Io non ve lo dirò, perché non ci credo. Inseguite, piuttosto, la vostra realtà. Nel tempo si è deciso che la realtà sia il parente povero dei nostri sogni. E io invece voglio dire che i sogni, le nostre realtà virtuali, le astrazioni di cui ci si innamora e in cui ci si crogiola, sono dei sottogruppi della realtà”.
E come non tirare in ballo Inception, che riflette proprio su questo affascinante nonché contorto argomento?

Come alcuni di voi ricorderanno, il regista non è il primo a esprimersi sul dibattutissimo finale del film. Michael Caine – suocero e mentore del protagonista Cobb – per promuovere la sua biografia alla BBC dichiara: “Alla fine del film Cobb è riunito con i suoi bambini e suo suocero in una scena finale malinconicamente ambigua. Gira la trottola d’argento per verificare se è tornato alla realtà, ma non se ne cura per abbastanza tempo per vedere se si ferma il trottolio (per chi non se lo ricordasse, il film finisce con un fermo fotogramma sulla trottola che gira, seguito da uno stacco netto, impedendoci di sapere se cadrà rivelando che Cobb si trova nella realtà e non in un sogno). La trottola cade alla fine quando ritorno in scena. Se sono presente alla scena vuol dire che è reale, perché io non ci sono mai nel sogno del protagonista. Io sono quello che ha inventato il sogno”. Sembrerebbe essere stata data una risposta definitiva, ma effettivamente questa sequenza della caduta non è presente nel film e la spiegazione risulta debole: il personaggio interpretato da Caine potrebbe benissimo essere una proiezione creata da Cobb.

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Torniamo a Princeton, dove il regista continua il suo discorso: “Alla fine del film Cobb, cioè DiCaprio, si ritrova con i suoi figli, almeno nella sua realtà soggettiva. Ma non si riesce a sapere se si tratta della realtà oggettiva o meno. E non gli interessa più (ora che è con i suoi figli)”. Continua raccontando della reazione del pubblico alla prima del film: “Scappai dal retro prima che la folla potesse raggiungermi. E ora tutti quelli che incontro mi chiedono del finale, ed è significativo. Il punto è che, oggettivamente, ciò importa al pubblico in termini assoluti dal momento che, mentre si sta guardando un film, si è consapevoli che si tratta una finzione, di una sorta di realtà virtuale. Tutti vogliono sapere se è nella realtà perché, alla fine, è la realtà che conta. È quella, che importa davvero”.

Insomma, il finale è aperto per indicare quanto sia forte la volontà di Cobb di rivedere i figli e per infondere nello spettatore il desiderio di conoscere la realtà, di vivere nella realtà e non nei sogni, come invece era condannato a fare il protagonista. Non importa che ci riesca lui, non importa che sia un sogno, realtà o che l’intero film sia una proiezione virtuale, è importante che ci riescano le persone, quelle vere. Per le persone che vivono stringendo la razionalità con le unghie, questa risposta non è per niente soddisfacente, ma è sufficiente staccarsi un po’ dal proprio rigido punto di vista, entrare in un orizzonte leggermente più ampio e, se vogliamo, filosofico, per cogliere la potenza del messaggio di Nolan.

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Con Inception ci ha fatto un gran regalo sotto molteplici punti di vista. Una regia brillante, emozionante, ricca di suspense, pathos e azione che ci fa commuovere, spaventare e sudare freddo. Un cast stellare: Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Michael Caine, Ken Watanabe, Joseph Gordon-Levitt, Marion Cotillard, Cillian Murphy. Una intensa sceneggiatura a matrioska e labiritinca, ben curata nonostante qualche difettuccio. Un messaggio prezioso, ma anche un avvertimento: Mal, la moglie di Cobb, è caduta vittima di un’idea, che è “come un virus, persistente, altamente contagiosa. Il più piccolo seme di un’idea può crescere fino a definirti o distruggerti. Anche la più piccola idea, per esempio, che il tuo mondo non è reale: un semplice, banale pensiero che cambia ogni cosa, il tuo mondo, e la morte è l’unica via di fuga”. Proprio questa idea, impiantata da Cobb per cercare di salvarla dal mondo virtuale che hanno creato insieme e in cui hanno vissuto per cinquant’anni, è cresciuta dentro di lei come un cancro. Anche dopo essersi svegliata ed essere tornata alla realtà, contro ogni aspettativa di Cobb, ha continuato a credere che il suo mondo non fosse reale e che la morte fosse l’unica via di fuga. Se perdi di vista la realtà, ciò che è reale, viene a mancarti ogni punto di riferimento, e non puoi che soccombere.

Ma non è tutto. Inception è come un gioco: con il simbolismo dei totem – un oggetto significativo e strettamente personale con il quale i personaggi possono capire se si trovano nella realtà o nel sogno –, che sono di fatto dei giocattoli (trottola, dado, pedina), Nolan ci invita a giocare non solo con la realtà, ma anche con il medium-cinema. E così la pellicola diventa una grande metafora della creazione cinematografica, del gioco dei ruoli sia nella dimensione diegetica (tra i personaggi) sia nel rapporto tra diegesi e extradiegesi (tra universo cinematografico, autore e pubblico). Non ci fidiamo di Cobb in quanto narratore inattendibile, ma finiamo per credergli dimenticando quanto il suo trauma lo condizioni: compiamo un “atto di fede”. È infatti Cobb che assume il ruolo di regista, supportato da Arianna-sceneggiatrice, Eames-art director, Saito-produttore e Fischer-pubblico. Se il cinema è un gioco, una dimensione virtuale, perché dovrebbe importarci che Cobb alla fine sia nella realtà o in un sogno? Si trova comunque in un universo cinematografico, finzionale.

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Nolan ha tratto spunto da svariati studi psicologici, filosofici e scientifici per poi elaborare una propria geniale, innovativa, originale, seppur lacunosa, teoria sulla fenomenologia del sogno. Dalla psicanalisi di Freud della divisione della mente in Ego, Es e Super-ego, che a sua volta riprende Leibniz con le “piccole percezioni” e il concetto di Wille di Schopenhauer, alle teorie sulla conoscenza di Bergson. Per la rappresentazione dei meccanismi del sogno, sia inconscio che lucido – cioè in cui ci rendiamo conto di essere in un sogno –, e dei modi in cui possiamo interagire sensorialmente con l’universo virtuale del sogno, Nolan si è rifatto sicuramente a Jie Zhang e Stephen LaBerge, ma è andato oltre: in Inception è possibile condividere i propri sogni con altri soggetti, che possono intervenire e modificarli. In conclusione, per Nolan il sogno ha uno statuto diverso da quello che aveva in Freud – desiderio inappagato che risiede nell’inconscio e viene soddisfatto durante il sonno –, è il mezzo grazie al quale la nostra mente può esprimere al massimo tutta la propria creatività subconscia. Infatti, una regola fondamentale è aprirsi a sempre nuove realtà nei sogni e non ripiegarsi mai sui ricordi: sono ingannevoli e negativi, pregni di rimpianti ed emozioni cupe.

Nell’incontro-scontro tra realtà e finzione è, quindi, giusto lasciarsi andare ai sogni, ma senza mai confonderli con la realtà, ricordata o vissuta che sia. Il confine è labile e proprio per questo non bisogna commettere errori e rimanere lucidi, sempre. “Reality matters”.

Benedetta Pini