Sopra le righe e disturbante, Il cigno nero di Darren Aronofsky (USA 2010) mostra una realtà ben lontana dalla favoletta dell’ingenua e talentuosa ballerina che con impegno e dedizione riesce a realizzare il proprio sogno. In questo caso la vicenda è quella di Nina Seyers (Natalie Portman), una ragazza tanto portata per la danza quanto squilibrata nel modo di relazionarsi con se stessa e nei rapporti interpersonali, in special modo quello con la madre, una ex ballerina fallita con la quale intrattiene da sempre un rapporto morboso.

Aronofsky traccia sapientemente un thriller psicologico che segue l’emotività altalenante della protagonista: si passa da momenti di rigidità e insicurezza alla trasgressione e alla cieca gelosia nei confronti della sua rivale Lily (Mila Kunis), fino a raggiungere l’apice con la passione per Thomas Leroy (Vincent Cassel), direttore artistico della compagna newyorkese che sta preparando la messa in scena de Il lago dei cigni. Ma l’incapacità di Nina di esprimere quella parte di sé che potrebbe farla sbocciare le impedisce di diventare un’etoile, parafrasi di un’esistenza borderline sospesa tra alti e bassi, che la intrappola nei suoi stessi complessi e la priva della serenità con cui godersi appieno la vita. Il ruolo del Cigno Nero e del Cigno Bianco sono la trasposizione dell’animo bipartito di Nina, costretta a una metamorfosi continua per passare da un’interpretazione all’altra.

Già autore di altre pellicole di successo come The Wrestler (USA 2008) con Mickey Rourke e Requiem for a Dream (USA 2000) con Jared Leto, Aronofsky ha improntato i propri lavori su un’esasperazione del soggetto che lentamente porta i protagonisti verso un’autodistruzione consapevole. In questo film la metafora si regge sul ruolo del Cigno Nero, che viene usato dal regista per rappresentare un’emotività chiaroscurale tramite una presenza dal forte impatto visivo ed emotivo.

Giada Portincasa

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