Entrato di diritto tra i migliori superhero movie di sempre, il secondo capitolo della trilogia firmata da Christopher Nolan segnò un punto di svolta per il genere, destinato a imporsi come punto di riferimento per i film successivi. Il cavaliere oscuro (2008) non è solo un film su un supereroe: è un crime drama moderno, un thriller metropolitano che supera la dialettica bene-male e innesta invece una riflessione sfaccettata sui due protagonisti archetipici: Batman (Christian Bale) e Joker (Heath Ledger). Il debito nei confronti di thriller anni ‘90 come Heat – La sfida di Michael Mann, in cui lo scontro tra i due personaggi principali si accende in ogni sequenza con colpi sia fisici che dialettici, è evidente.

La storia diretta da Christopher Nolan è a prova di bomba, un meccanismo in cui tutto funziona alla perfezione, che si traduce in una messa in scena da brividi. Dopo l’esordio nel genere con Batman Begins (2005), con Il cavaliere oscuro il regista londinese crea immagini indimenticabili e sequenze con un ritmo e un’escalation incredibili. Notevole la lunga scena che inizia con l’interrogatorio di Joker e termina con un’immagine del viso del criminale fuori dal finestrino di una macchina per prendere aria; una delle inquadrature più evocative del film, culmine di un climax pazzesco per l’uso del montaggio alternato, che lascia lo spettatore letteralmente senza fiato.

La grande interpretazione di Ledger trasmette malinconia e depressione, che si traducono in una sorta di autoemarginazione dal mondo: Joker non è solo un killer buffone con manie di grandezza. Joker vuole dominare il mondo perché vuole semplicemente farne parte, incapace di trovare il suo posto e devoto solo al proprio genio distruttivo e autodistruttivo.

Batman è l’altra faccia, positiva, di Joker, con il quale condivide il sentimento dell’emarginazione sociale. Anche Batman soffre, anche Batman vive il dramma dell’accettazione di sé. Per questo nel finale del film lo vediamo ritirarsi volontariamente, quasi sollevato, nel ruolo del reietto della società:  quella è l’unica dimensione in cui può continuare a riservarsi il diritto di essere ciò che è, abbracciando gli umori più oscuri della sua personalità (desiderio di vendetta e metodi al limite della legalità).

Mattia Migliarino

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