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Fight Club
 è uno di quei film che chiamano direttamente in causa lo spettatore: lo invitano a mettere in discussione non solo le sue capacità di comprensione, stravolgendo continuamente la trama con colpi di scena studiati ad hoc, ma anche le sue idee, il suo modo di essere e il suo stile di vita. 

Diretto da David Fincher nel 1999, Fight Club trae ispirazione dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, un libro che sembra essere stato scritto appositamente per una trasposizione cinematografica. La storia segue la vita del protagonista Jack (Edward Norton), un uomo insonne e spossato da una vita monotona; l’unica soluzione ai suoi problemi è partecipare a gruppi di aiuto per malati terminali. Fin dalla premessa Fight Club invita lo spettatore a mettere in discussione uno dei propri lati più umani e terribili: il sollievo dato dalla consapevolezza che c’è chi sta peggio. La vita del protagonista viene stravolta dall’incontro con Tyler Durden (Brad Pitt), uno stravagante venditore di saponi che lavora anche in un cinema. I due finiscono a vivere insieme e fondano il Fight Club, un circolo segreto i cui componenti combattono tra di loro in coppia e smettono solo quando uno rimane incosciente o si arrende. “La prima regola del Fight Club è: non parlare mai del Fight Club. La seconda regola del Fight Club è: non parlare mai del Fight Club”, ma al gruppo si unisce sempre più gente. Il Fight Club finisce così per coinvolgere tantissime persone, diventando presto ben più di un circolo clandestino di lotta 

Chuck Palaniuk attinge liberamente dal tema del doppio freudiano per creare una storia in cui il cinismo e la disillusione veicolano una critica verso la società contemporanea. La psicosi del protagonista rappresenta infatti la malattia esistenziale dell’uomo comune, afflitto e incapace di relazionarsi in un mondo finto, ostile e dominato dal consumismo e dall’avarizia come è quello di oggi. Il protagonista-narratore come specchio di tutti noi; Tyler Durden come specchio del protagonista; il Fight Club come specchio deformante dei gruppi di sostegno; l’antisocialità, la rivoluzione anarchica e la disillusione come specchio della società in cui viviamo; infine la proiezione psicotica del protagonista come specchio di tutto ciò che vorremmo essere ma non abbiamo il coraggio di realizzare

Il film presenta inoltre una libera interpretazione del concetto di Superuomo di Nietzsche. Il narratore, stravolgendo la propria vita, uccide i propri affetti, se stesso (metaforicamente) e il proprio “dio” – se con “dio” si intende qualsiasi valore in cui un uomo crede – al fine di raggiungere una condizione superiore, di liberarsi dai vincoli che lo tengono legato a un’esistenza fasulla e sublimarsi al di là del mondo comune e malvagio. Ma Fight Club insegna anche che ricercare all’esterno la causa del proprio “male di vivere” è solo una semplice scappatoia: i nemici primordiali causa della sofferenza vanno ricercati in se stessi, in una realtà nichilista che affligge e affascina allo stesso tempo

Alessia Arcando