La nuova grigia decade ha ormai preso il sopravvento sui tramontati (e fluorescenti) anni Ottanta. Il 1994 è un momento di rottura, artisticamente eccezionale, socialmente un po’ meno, soprattutto per l’Italia. Escono album del calibro di At Action Park degli Shellac, The Downward Spiral dei Nine Inch Nails e il meno arrabbiato Grace del compianto Jeff Buckley. Per non parlare di quel capolavoro che risponde al nome di Dummy, disco dei Portishead dalle sonorità trip-hop, essenziale per innovazione.

Il cinema non è da meno. Le uscite rilevanti sono numerose, ma due più di tutte hanno collaborato alla svolta narrativa che tanto serviva: Pulp Fiction di Quentin Tarantino e Il corvo – The Crow di Alex Proyas (l’impatto culturale della pellicola fu immenso e il fantasma di Brendon Lee divenne un vero e proprio fenomeno di costume).

Ma tra tutte le pellicole brilla, sebbene non per lucentezza, un piccolo gioiello a basso budget, vincitore del Filmmaker Thophy Dramatic al Sundance Film Festival. Circa metà della spesa totale è stata devoluta all’acquisto dei diritti dei brani presenti nella colonna sonora, costruita in modo da restituire l’anima di una generazione; basti pensare a uno dei primi brani della pellicola, la grungissima Got Me Wrong degli Alice in Chains. Il regista è Kevin Smith e il film è ClerksCommessi

Brillante ed eccentrico ritratto della generazione X, Clerks è un vero e proprio manifesto del “vorrei ma non posso”, figlio illegittimo di Slaker di Richard Linklater. Ma se Slaker si prefiggeva l’obbiettivo – raggiunto – di raccontare una certa fauna suburbana (americana e per di più texana), Clerks concentra il proprio sguardo all’interno del microcosmo di un negozio di alimentari, un anti-inferno per reietti, scappati di casa, scansafatiche e sognatori. Dante (Brian O’Halloran), protagonista e commesso del negozio, e il suo miglior amico rappresentano la tesi e l’antitesi del giovane medio degli anni ‘90, il master of none (nome di recente fortuna grazie alla serie tv creata da Aziz Ansari) per eccellenza, colui che vuole ma non ha voglia.

Ciò che pervade la coppia principale dell’universo di Smith è un continuo senso di impotenza dovuto alla paura di diventare veramente adulti e lasciare le comodità della vita adolescenziale. Il successo dei due è dovuto al loro modo di vivere e agire come se fossero a teatro. Dante ha un obbiettivo: andare via dal locale il prima possibile. Il suo è il cammino tipico dell’eroe inverso e Randal (Jeff Anderson), da bravo suggeritore di battute, attrezzista e tutto fare durante l’intera pellicola, si sposta tra i pochi ambienti descritti dal regista (dal negozio di Dante a una videoteca non molto attenta ai bisogni dei clienti) come se passasse dal palco a dietro le quinte per riordinare le idee. Il tutto monitorato da Jay (Jason Mewes) e Silent Bob (Kevin Smith), dii ex machina del film, forse solo immaginari.

Clerks è uno spaccato di vita che si ripete ogni giorno, fino all’esaurimento nervoso o alla svolta. Ma quando arriverà questa svolta? Il finale dolceamaro, il miglior ingrediente delle commedie che fanno storia (e il cinema italiano ne sa qualcosa), sintetizza al meglio il dramma del giovane medio, che in Clerks 2 viene ulteriormente accentuato, nonostante il resto del film si riveli a tratti mediocre. Con questo film Smith si inserisce nel filone di sognatori che fanno cinema con idee vere e dirette per far ridere uno spettatore che, a ben vedere, ha ben poco di cui ridere.

Michele Granata

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