Nel 2000 il regista inglese Stephen Daldry dà vita a un commovente film di formazione, costruito secondo gli stilemi della commedia e del musical: Billy Elliot. La pellicola ottiene subito un enorme successo tra il pubblico e riceve, tra i vari riconoscimenti, tre nomination agli Oscar: Migliore regia, Migliore attrice non protagonista (Julie Walters) e Migliore sceneggiatura originale (Lee Hall).

La storia del giovane Billy Elliot (Jamie Bell) non può che fare breccia nel cuore dello spettatore: una piccola favola inserita in un contesto tanto brutale quanto verosimile che la allontana da ogni tipo di rappresentazione sdolcinata o scontata. Il racconto è infatti ambientato nel pieno degli anni ’80 in Inghilterra, nella contea di Duram, dove i minatori stanno scioperando contro i provvedimenti del Primo ministro Margareth Thatcher. Ed è proprio all’interno di una di queste famiglie rimaste senza un soldo che il giovane Billy Elliot cresce e, invece di accostarsi al pugilato come vorrebbe il padre (Gary Lewis), scopre l’amore per la danza; passione che lo porta a frequentare il corso della signorina Wilkinson (julie Walters), circondato solo da bambine.

Il montaggio alternato frenetico, a volte crudele, mostra prima la sala da ballo (che in realtà è una misera palestra) e poi i picchetti fuori dalle miniere per trasmettere il punto di vista del padre e del fratello (Jamie Draven) di Billy: ai loro occhi la passione del giovane protagonista è inopportuna, irrispettosa nei confronti di chi, come loro, lavora duramente nelle miniere. Il pericolo delle violenze da parte della polizia per soffocare gli scioperi rimane costantemente sullo sfondo, anche in senso letterale: quando i personaggi si muovono tra le case popolari della periferia urbana inglese alle loro spalle si possono sempre scorgere poliziotti, camion blindati o manifesti della lotta operaia. All’interno di questo ambiente Billy si muove ballando, non solo in sala ma anche nelle strade.

Coprotagonista del film è infatti la soundtrack, una commistione tra la musica underground anni ’80 e le melodie di pianoforte che accompagnano le lezioni di danza. A volte la colonna sonora gioca con le due tipologie di musica e le scambia nella funzione: Billy che balla con la signorina Wilikinson sulle note di I Love to Boogie dei T. Rex (autori di gran parte della soundtrack) o il tema de Il lago dei cigni che si diffonde fuori dalla palestra. Per tutto il film la musica non smette mai di accompagnare il giovane Billy, sia nei momenti in cui sta realmente ballando, sia quando la danza si erge a metafora della sua interiorità, a canale espressivo di ciò che prova e che non riesce a esprimere a parole.

Il fascino più profondo del film risiede nell’espressività dei personaggi e, soprattutto, nella capacità della regia di saperla cogliere puntualmente, attraverso l’alternanza di inquadrature fisse in campo medio per ritrarre figure intere e di dettagliati primi piani girati con la camera a mano. Questo secondo espediente si rivela particolarmente efficace nel trasmettere le personalità del padre e del fratello di Billy: la macchina da presa si concentra sulle loro espressioni, dure e burbere solo all’apparenza, lasciando intravedere la disperazione della loro condizione e, qualche volta, dei sorrisi sinceri. Quanto al piccolo Billy, la macchina da presa si sofferma sul suo fisico, sulle sue mani e specialmente sui suoi piedi, ma anche sul suo volto, per cogliere le sfaccettature di un carattere irascibile e spigoloso, che si ammorbidisce solo nell’atto di danzare e, all’unisono con il corpo, diviene, “elettricità”.

Giulia Crippa