Settembre 2017. Al Milano Film Festival viene dedicata una retrospettiva all’enorme Michelangelo Antonioni degli anni ‘60, forse il più criptico che si sia mai visto sullo schermo. Una foto in particolare risalta fra gli splendidi scatti di Enrico Appetito: un volto, una figura dell’angoscia e della solitudine, incorniciata da capelli rossi e un verde opaco tutto intorno. È Giuliana di Deserto Rosso e quello è il volto di Maria Luisa Ceciarelli, nel 1964, nota come Monica Vitti. Un viso che in trentacinque anni di carriera ha incarnato con fedeltà più donne di qualunque altro, con uno stile inconfondibile che ha segnato per sempre la storia del cinema italiano.

Con mezzo nome d’arte preso dalla madre Vittiglia, il primo rapporto conflittuale che inciderà la vita dell’attrice romana, Monica Vitti, oltre alla leggenda di una grande interprete, è una donna alla costante ricerca di una fuga dalla propria identità; fuga inseguita fino al paradossale risultato di imprimere indelebilmente a ogni personalità di cui veste i panni quel suo unico tragico patetismo, che sia un sorriso diretto da Mario Monicelli, un “amo riamata Serafino Nelli e lo appartengo” in romanesco per Ettore Scola o l’iconico “mi fanno male i capelli” davanti alla camera di Michelangelo Antonioni. Con questo vittimismo Monica Vitti passa la vita a nascondersi, pur esprimendo se stessa in tutte le sue angosce e idiosincrasie e dominando la scena con la giusta quantità di quel raro egocentrismo “buono” che a volte serve per conquistarsi un affetto sincero, proprio quello dell’enorme pubblico che ha sempre temuto.

Dalla bellezza che sembra esulare da qualunque forma di canone estetico storico o pop mai concepito, Monica Vitti non può che portare l’amore nel cinema, dove conosce gli uomini che segnano i più importanti momenti sentimentali della sua vita: il primo di tutti a innamorarsi della sua voce roca e delle ombre del suo sguardo fu Antonioni, che dopo averla scelta come doppiatrice per Il Grido la rese negli anni ‘60 l’icona dell’incomunicabilità nella sua tetralogia. Elegante, intensa ma distante, l’attrice incarna l’inquietudine della donna moderna in un mosaico di personalità femminili tormentate incredibilmente efficace: l’inquieta Claudia ne L’Avventura, la seduttiva Valentina ne La Notte, l’apatica e scontenta Vittoria ne L’Eclisse e la depressa e frustrata Giuliana in Deserto Rosso sono varie facce della stessa donna, che vive con un regista capace di far emergere e spettacolarizzare la sua parte più dolente; un rapporto d’amore di estrema complessità.

Senza mai far sbiadire il suo istrionismo, enfatizzato invece in tutta la sua tridimensionalità, Monica Vitti si rivela anche una grandiosa attrice comica, collaborando con registi e attori che hanno fatto la storia della commedia italiana come Mario Monicelli, il primo a mettere in risalto il suo carismatico lato più “leggero”, Alberto Sordi, grande affetto anche lontano dagli schermi, Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini, con loro protagonista di un triangolo amoroso in Dramma della gelosia di scola, film icona dell’Italia di inizio anni ‘70. Un eclettismo che fa innamorare più di una generazione di spettatori e che la porterà a mettersi alla prova dall’altra parte della macchina da presa (il suo unico film, Scandalo segreto, dai toni vagamente autobiografici, riceve un discreto successo di critica nel 1990), prima come presentatrice e poi come scrittrice pubblicando due libri fra il 1993 e il 1995.

Con un infelice destino che ha l’amarezza di un topos letterario, Monica Vitti attraversa da anni lo spazio buio di una lunga malattia degenerativa che le porta via la parola e la memoria. Dopo l’ultima apparizione pubblica, nel 2002, si sottrae all’amore del suo pubblico, e avvolta dall’affetto di Roberto Russo, regista e suo attuale compagno, incontra con riservatezza quella che nella sua biografia viene definita “una enorme gomma che cancella la sua memoria”; ma basta la visione di una delle numerose pellicole impreziosite dalla sua presenza per far tornare, o nascere, la nostalgia di una Monica Vitti che non può essere dimenticata.

Forse mai davvero serena, celando se stessa per tutta la vita, rubando costantemente identità e cucendosele su misura per poi affrontare in solitudine le proprie debolezza, Monica Vitti, nella paradossalità che spesso sfiora la sua esistenza, lascia un patrimonio nelle mani di chi l’ha amata e di chi l’ha scoperta, di chi continuerà a scoprirla e di chi vedrà per caso una sua performance in qualche vecchio spezzone di un film che non conosce, come si guarda un’opera d’arte o qualcuno che non può smettere di fare parte della propria vita; come di fronte a un enigma: rinunciando a comprenderlo, ma non ad amarlo.

Carlotta Magistris