Voto

7
 

“Il mio obiettivo era vincere. Cosa e contro chi non era altro che un dettaglio”. Basterebbe questa frase, pronunciata dalla protagonista, a spiegare lo spirito di Molly’s Game. L’esordio alla regia del pluripremiato sceneggiatore Aaron Sorkin si inserisce nel solco della sua precedente produzione, costruendo un nuovo personaggio tipicamente americano, una self-made woman che, per quanto la sorte si accanisca su di lei, non vuole smettere di combattere e di vincere.

Molly Bloom (Jessica Chastain) non è molto diversa dai protagonisti di The Social Network o de L’arte di vincere: è una donna straordinaria che, a dispetto di tutte le aspettative, si eleva al di sopra della massa usando nient’altro che la propria intelligenza. Sorkin racconta la sua storia con ritmo frenetico, mentre mescola come un abile dealer diversi piani temporali, puntando tutto sulla forza della parola. Il montaggio serrato procede al ritmo di una voice over fiume ma mai stucchevole, che trascina lo spettatore con il suo tono tagliente e ironico, eppure sa quando lasciare spazio ai dialoghi, serratissimi, vere e proprie sfide d’intelligenza in cui l’uso del campo-controcampo e delle inquadrature complementari mette i personaggi in continua opposizione.

In questo trionfo di scrittura, però, Sorkin finisce per pescare la carta sbagliata: il rapporto tra Molly e suo padre (Kevin Costner), poco sviluppato e risolto in maniera affrettata e consolatoria, è specchio del vero difetto del film. L’autore non mette mai in discussione la sua protagonista né dubita di lei, come se il semplice fatto di nuotare tra gli squali le consentisse di essere affamata come loro, come se il successo ottenuto con le proprie forze fosse l’assoluzione da ogni peccato e battere il banco l’unica cosa che conta davvero.

Francesco Cirica