Voto

6

Il topo modesto è uscito dalla tana con una buona dimostrazione che chiamarsi Arctic Monkeys non è l’unica garante nel panorama indie rock.

L’indie è un genere difficile da definire, con la sua grande varietà di stili diversi a volte anche nello stesso gruppo, ma il minimo comun denominatore è quella vena psichedelica e sperimentale che i cultisti reputano morta insieme ai Pink Floyd. Ri-uscire alla ribalta dopo un lungo periodo di pausa (ben 8 anni) – in stile silenzio poetico leopardiano – comporta una buona dose di speranza e scongiuri da parte dei fan: tutti noi abbiamo qualche gruppo-esempio che non si fa sentire da tanto e per la cui ricomparsa preghiamo in tutte le lingue. Il mio esempio mi sfugge… Non è che me lo ricordi too(l)?

Questo album di ritorno dei Modest Mouse è davvero sorprendente: i 15 brani evocano un ampio spettro di sensazioni, dal “con questa al concerto ci si diverte” al “ho voglia di tranquillità, ora non ci sono per nessuno”. La band di Isaac Brock e co. dimostra meglio delle altre volte la propria poliedricità.

Si inizia ad ascoltare la title track, Strangers to Ourselves. Chiudendo gli occhi e lasciandosi trasportare, si può intuire il senso profondo del brano: solo entrando in comunione con la consapevolezza di essere effettivamente estranei a noi stessi si può apprezzare meglio tutto il resto.
Ma, aspetta un attimo: Franz Ferdinand, siete voi? Ah no, è solo Lampshades on Fire. I toni cambiano poi con Pistol, piena di doppi sensi (a partire dal titolo) e con una base fortemente ritmata. The Ground Wlaks, with Time in a Box possiede un gran carattere, insieme a un sottofondo vagamente funky; il tutto bene integrato con effetti che valorizzano ulteriormente il pezzo – il più lungo dell’album.
Avete presente quel vago senso di malinconia quando camminate da soli verso casa, e meditabondi contemplate il cielo grigio? Ecco, quella sensazione ha inciso una traccia, e si chiama Coyotes. La chitarra acustica guida una melodia evocativa, che rende la traccia una delle migliori dell’album. Un motivetto da carosello introduce Sugar Boats, forte di un riff/assolo di chitarra – adibito a ritornello – e di un testo quasi urlato, che danno una bella svegliata all’ascoltatore. Seguono pezzi validi, ma purtroppo simili ad altri, già sentiti.
L’ultima traccia è la controbattuta al “siamo consapevoli di essere estranei a noi stessi”: Of Course We Know. Ritorna qui l’atmosfera trascendente e quasi psichedelica, che ci accompagna verso la conclusione.

Stilisticamente parlando, i Modest Mouse hanno fatto un ottimo lavoro, sia a livello compositivo che in studio di registrazione. Con questo album offrono infatti quel tipo di canzoni perfette come sottofondo di una buona festa, ma che sono anche il piacevole prodotto di un gruppo che, tra un contrabbasso e un fuzzer, qualche emozione ce la tira fuori: cose non da poco. Il problema principale è però la ripetitività di alcuni brani, che invoglia a passare al successivo senza neanche un po’ di senso di colpa.
I Modest Mouse hanno dunque trovato il compromesso tra album per tutti e album che può regalare emozioni? Sì, ma a scapito di queste ultime.

Leonardo Fumagalli