Voto

6.5

Ci sono film che nascono come vere e proprie sfide. Werner Herzog in Fitzcarraldo (1982) trasportava per davvero una nave su per una collina, nel bel mezzo della foresta pluviale; mentre in Victoria (2015) Sebastian Schipper ha girato in tempo reale e con un unico piano sequenza. Per realizzare il suo ultimo progetto Christian Carion propone al suo attore-feticcio Guillame Canet una scommessa: girare l’intero film senza conoscere la sceneggiatura. Canet accetta, e si ritrova su un set in cui tutti sanno cosa sta per succedere. Tutti tranne lui.

Lo spaesamento del personaggio è reale e riesce a tramettere allo spettatore la stessa sensazione di precarietà e di incertezza che la storia porta con sé. L’attore protagonista gestisce con maestria questa particolare situazione, dando vita a dialoghi dal sapore genuino e realistico, tanto che spesso si ha l’impressione di trovarsi nella stanza insieme ai personaggi, specialmente quando gli scambi contrappongono Canet alla sempre impeccabile Mélanie Laurent. La necessità di lasciare gli attori liberi di esprimersi induce Carion a servirsi della macchina a mano, lasciando che la fotografia lavori quasi esclusivamente a luce naturale: il risultato è un film dall’aspetto grezzo e ruvido che ben si sposa con la trama thriller.

Ma il punto di forza del film finisce per diventare anche il suo tallone d’Achille: come spesso accade con l’improvvisazione, molte scene sembrano non trovare una vera conclusione e cadono a volte nella ripetitività e nell’overacting, mentre il personaggio principale rimane sempre uguale a se stesso, senza mostrare quella nuova consapevolezza che dovrebbe costituire la ricompensa del viaggio intrapreso.

Francesco Cirica

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