Voto

7

Fidatevi è un disco urgente e innanzitutto sociale: parla di conflitti generazionali, dell’età che avanza e della mutevolezza dei ricordi col passare degli anni. Con questo lavoro i Ministri si liberano dell’attitudine sarcastica che contraddistingueva i loro titoli precedenti, abbandonando una porzione di rabbia. Allo stesso tempo chiedono spassionatamente all’ascoltatore di assicurargli che “non è ancora finita” (Spettri, terza traccia del disco) e cercano di ricambiare il gesto, stando lì insieme a lui, consapevoli di condividere lo stesso conglomerato di ansie, sogni, delusioni e vittorie.

Sono passati dodici anni dal loro primo album I soldi sono finiti. In questo lasso di tempo la società è mutata drasticamente e i rapporti interpersonali hanno subito una deriva a causa della pervasività dei social network. Così il passato appare, per certi versi, migliore: i soldi sono diminuiti, il mondo del lavoro è diventato un campo di battaglia e l’Occidente si fa vetrina dei momenti più bui degli ultimi trent’anni. I Ministri hanno incamerato tutto ciò, hanno elaborato la sofferenza e trovato infine il modo di parlarne, di gridare il loro disagio e sputarlo in faccia a chi ascolta, pur senza risultare tediosi o ostentare un facile nichilismo. I Ministri propongono di fidarsi e fare un salto nel vuoto. La fiducia è uno dei pochi valori del passato che continua a mantenere la propria “sacralità”: libera da dietrologie che la giustifichino, esiste in quanto tale e sottende un legame di grande potenza.

Fidatevi continua a dare all’ascoltatore proprio il sound che ci si aspetterebbe da un disco dei Ministri: un rock pesante e compatto, fatto di chitarre scure e ringhianti, una sezione ritmica potente e decisa e la voce di Divi che trafigge e coinvolge, invogliandoci a gridare con lui e a sfogare le nostre inefficienze, sfortune e angosce giornaliere. Il sesto album dei Ministri trascende così le barriere generazionali e parla a chiunque abbia voglia di ascoltare, a chiunque sia stanco delle “canzoni sui pasti pronti” o sulla “solita ragazza”.

Matteo D’Angelo