1. Suggestioni ’70s


2. Binge watching

Mindhunter si snoda con un incedere lento e percorre lunghi archi narrativi dati in pasto allo spettatore un pezzetto alla volta, facendolo godere di ogni singolo boccone. Una sceneggiatura che matura progressivamente e avvolge lo spettatore con una subdola tranquillità che cela turbamenti profondi, insinuandosi nella sua mente proprio come in quella dei protagonisti. Niente colpi di scena, compiacimenti sensazionalisti, né sconvolgenti svolte narrative, eppure lo spettatore rimane ammaliato dalla storia, e arriva alla decima puntata in una sola notte, preda di un binge watching che questa volta non è stato provocato dai soliti trucchi della serialità. Mentre l’azione è pressoché azzerata (come succedeva in Zodiac), a prevalere sono piccoli dettagli disseminati lungo l’intero arco delle puntate, dialoghi memorabili e un’attenzione per l’introspezione psicologica, che ravvivano il pacato ritmo narrativo.

3. Non “chi” ma “perché?”

La serie è basata sul libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit) scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas, investigatore speciale dell’FBI passato alla storia come uno dei primi criminal profiler insieme al collega Robert Reesler. Proprio come i protagonisti della serie, i due agenti hanno intervistato e studiato diversi casi specifici di spietati criminali allo scopo di delineare profili, categorie, schemi e costanti legati al loro comportamento. Si trattò di una ricerca rivoluzionaria, che portò all’affermazione della profilazione criminale come metodologia applicata sistematicamente dall’FBI. Un approccio allora inedito, che incontrò non poche opposizioni e scetticismi all’interno del Bureau stesso, come emerge anche nella serie tv. In Mindhunter si alternano così elementi storici, come la storia dei due protagonisti (sebbene con nomi diversi) e la carrellata dei serial killer, che compaiono con il loro vero nome e interpretati da attori simili alle loro sembianze reali, e vicende inventate per arricchire l’adattamento televisivo, mantenendo sempre un altissimo livello di attendibilità storico-psicologica.

4. Serial killer si nasce o si diventa?

Senza insistere sui riferimenti temporali, Mindhunter trasuda anni ’70 da tutti i suoi pori, figlia com’è della crisi degli ideali americani avviatasi sul finire degli anni ’60. Bene e Male non sono più compartimenti stagni: tra bianco e nero si interpone una vastissima gamma di grigi, e considerare i brutali assassini solo dei pazzi non è più abbastanza. Vi è una spaventosa razionalità dietro i gesti più atroci e gli stessi killer non sono semplicemente corpi alieni da espellere dalla società, persone nate con qualche rotella fuori posto: il Male è qualcosa di spaventosamente vicino, insito nella natura umana e sempre pronto a germinare in ognuno di noi, è la potenziale conseguenza di perverse distorsioni della società stessa, che diviene incubatrice di menti deviate. La realtà si configura allora come una nebbia grigia in cui è difficile vedere chiaro, pregna della tensione tra la paura e il rifiuto del “mostro cattivo” e la necessità di comprenderlo e sentirlo vicino per neutralizzarlo. Non resta allora che affrontare il Male capendolo, riconoscendolo e affrontandolo senza esorcizzarlo, allineandosi al suo modo di pensare per trovarne la genesi. Ma a quale prezzo?

5. Manipolazione criminale

I due protagonisti, gli agenti Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) si evolvono lungo due archi narrativi personali che si intersecano tra di loro e con le storie dei criminali su cui indagano, subendone le macabre conseguenze. Holden, in particolare, cade vittima del fascino perverso della follia dei killer che incontra, soprattutto di Edmund Kemper (Cameron Britton), verso il quale prova una sorta di attrazione voyeuristica, di ossessione feticista. Il suo viso pulito da insospettabile bravo ragazzo si tinge di tinte noir da detective tormentato man mano che si inoltra negli oscuri abissi delle menti malate degli assassini, virando verso un cinismo che mette in crisi la sua vita personale. O forse è solo la sua vera natura a emergere? Quella macchiolina di sangue sulla sua camicia bianca, intonsa, è allora metafora di un fiore del male pronto a sbocciare?

Benedetta Pini