Dal 20 al 28 Marzo si è svolto a Milano il 22o Film Festival Internazionale Sguardi AltroveNuovi viaggi e nuove destinazioni: tutti sguardi “alieni” di un cinema, quello indipendente, che offre sempre spunti interessanti e prospettive piacevolmente sorprendenti.
Quest’anno sulla locandina dell’evento compare la specificazione “a regia femminile”: le cineaste vogliono dimostrare che l’espressione “sesso debole” è più che mai inappropriata e, facendo leva sulle loro identità di donne, propongono pellicole dal forte impatto emotivo. Gli spettatori hanno dunque avuto la possibilità di assistere, in alcuni casi in anteprima italiana, a lungometraggi, documentari e corti – rispettivamente inseriti nelle categorie Nuogi Sguardi, Le donne raccontano e Sguardi (S)confinati – che svelano realtà e culture sempre differenti.

Cortometraggi
Immergendoci negli abissi del Festival, abbiamo deciso di assistere alla visione di alcuni corti; il proposito di condensare tematiche, spesso anche ampie (Il muro), in pochi minuti è sempre rischioso, ma la delusione non è sopraggiunta: le pellicole sono in genere ben realizzate, soprattutto per quanto riguarda la fotografia, svelano sperimentalismi arditi (lo pseudo-femminista e tagliente In real life) al limite dell’onirico (Driving with monologue) e soggetti inediti – tra i quali spicca quello di Drops, un divertente rubinetto parlante che racconta verità inconfessate.

Emergiamo; prendiamo soddisfatti una bella boccata d’aria, e siamo pronti a un nuovo tuffo: i lungometraggi. Le acque si fanno decisamente più profonde.

Devyat Dneiy – Nine Days One Morning
In un piccolo paesino della Russia arriva Anna, che affronta il passato e cerca di ritrovare la propria identità; incastrata tra due mondi – la povertà delle sue origini russe e la fama di modella parigina – diventa strumento della regista Vera Storozheva per affrontare il problema dell’adozione, presentato con estrema sensibilità, e per rappresentare la sofferenza di coloro che hanno smarrito le proprie radici. Farsi guidare dal cuore sembrerebbe l’unica soluzione, andare avanti è una dolorosa necessità.
Anche se tecnicamente presenta qualche pecca, soprattutto per quanto riguarda la fastidiosa colonna sonora, la fotografia ben curata mostra i tanti volti del paesino russo, scivolando volontariamente nello stereotipo di comportamenti e abitudini tipici locali, senza timore di suscitare fragorose risate.

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Drevo – The Tree
Uno schiocco di dita e lo spettatore viene catapultato in Slovenia, dove assiste alla tragedia di una famiglia che, confinata nella propria abitazione, affronta la vita in modi differenti. Uno stesso lasso di tempo viene infatti rappresentato dalla regista Sonja Prosenc da tre prospettive diverse, corrispondenti ai tre capitoli in cui è suddiviso il film: la leggerezza di un bambino che percepisce tutto come un gioco (Veli), la serietà di un ragazzo oppresso dal senso di colpa e dal peso delle responsabilità (Alek), e infine il dolore di una madre succube di un sistema rigido e perciò del tutto impotente (Milena).
Chi assiste rimane in apnea, vittima di una suspense quasi claustrofobica e soffocato da un esasperante silenzio che mette in risalto un’atmosfera di fredda apatia. La spiccata abilità tecnica della regista è sorprendente e esteticamente coraggiosa; riesce a costruire una trama pienamente coerente che svela con delicatezza le sue fila solo al termine della proiezione. Una pellicola fortemente evocativa, fatta di vuoti, di mancanze e di non-detto.
L’apporto di The Tree al Festival è indubbio: Sonja Prosenc – regista esordiente – è riuscita a portare e affermare in Italia un film della sua terra, a noi tanto vicina eppure cinematograficamente altrettanto sconosciuta.

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Il viaggio di Kalibani
Dalle poltroncine della sala s’intraprende, infine, un viaggio. Il regista Alessandro Di Michele narra in un film-documentario la storia della compagnia teatrale berlinese “Kalibani” (composta esclusivamente da uomini e donne portatori di handicap fisici e mentali) che, giunta in Polonia, mette in scena La classe morta, opera scritta da Tadeusz Kantor per celebrare i propri compagni di scuola uccisi durante il regime nazista, la cui unica colpa era una presunta diversità. L’intento dello spettacolo è infatti quello di sottolineare che gli attori non sarebbero sopravvissuti ai tempi del Terzo Reich: gli artisti urlano una denuncia contro la violenza e i pregiudizi per rivendicare la propria condizione che, a dispetto di quanto si potrebbe pensare, li rende unici e speciali. Proprio attraverso la recitazione riescono ad accettarsi e a farsi accettare, acquisendo una nuova percezione di se stessi, e all’interno dell’affiatato gruppo trovano completamento e libertà, si sentono “normali”. Il gruppo “Kalibani”, celebrando le vittime dello sterminio, desidera ricordare che “La morte non significa morte, i morti non devono morire”. Questa è infatti la frase ripetuta dal regista della compagnia teatrale, come una sorta di mantra, un inno alla vita: non aspirano ad altro che a esistere, realizzarsi ed essere accettati.

Di Michele è riuscito a trovare la misura giusta per raccontare una realtà a volte troppo vera e troppo carica di pathos. Grazie al suo approccio estremamente visivo e visionario, dall’immagine riesce a far scaturire molteplici concetti, che spesso vanno oltre la sua stessa intenzione: in questo risiede la forza del linguaggio cinematografico – emblematico a tal proposito il cinema di Fellini – che non necessita di parole, di una formula razionale per raccontarlo, perché non farebbe altro che svilirlo e banalizzarlo.

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Il Festival Sguardi Altrove s’insinua nell’anima del pubblico e lo emoziona, non senza prima averlo scosso a dovere; lascia una traccia, un ricordo importante e la speranza che il Cinema possa sempre rinnovarsi ed evolversi. È l’ennesima prova che i limiti delle piccole produzioni spesso ne diventano i punti di forza, poiché spingono a trovare soluzioni espressive e forme di comunicazione diverse, per certi versi più forti e incisive.

Appagati e lieti di non aver perso questa occasione unica, non ci resta altro che dire: “All’anno prossimo!”

Anna Magistrelli e Benedetta Pini