A vent’anni dalla sua prima uscita, Il grande Lebowski torna sul grande schermo in copia digitale per il Milano Film Festival. Una celebrazione d’obbligo, per quello che è uno dei più grandi cult movie di fine millennio. Umberto Eco, nel suo saggio del 1984 Casablanca: Cult Movies and Intertextual Collage, spiegava la dinamica che rende cult un flm: “Il lavoro deve essere amato, ovviamente, ma non è abbastanza. Deve fornire un mondo completamente costruito in modo che i suoi fan possano citare personaggi ed episodi come se fossero aspetti del mondo settario e privato del fan, un mondo sul quale si possono inventare quiz e giocare trivia e in cui gli adepti si riconoscono attraverso una competenza comune”. E Il grande Lebowski rientra a pieno titolo nella categoria.

Nel corso degli anni Il grande Lebowski ha ispirato raduni internazionali (come il Lebowski Fest, un festival annuale fondato a Louisville, Kentucky nel 2002, giunto ormai alla XVI edizione), pubblicazioni accademiche o amatoriali – come quella dei nostri amici di Edizioni del Frisco – e persino il Dudeismo, un credo a metà fra Taoismo e filosofia epicurea che conta attualmente più di 450000 sacerdoti in tutto il mondo; per non parlare dell’infinità di capi di abbigliamento e gadget a tema o de “L’altro Lebowski”, un enorme hamburger di filetto di manzo che potete mangiare a Reykjavìk mentre sorseggiate un White Russian. Quale modo migliore per festeggiare i vent’anni del Drugo se non indossare ciabatte, accappatoio, un paio di occhiali da sole e andare in sala a (ri)vedere il film?

In fondo, Il grande Lebowski non è altro che lo sgangherato racconto dei vagabondaggi di un ex fricchettone – il Drugo (Jeff Bridges) – e dei suoi scombinati partner, un veterano convertitosi all’ebraismo (Walter/John Goodman) e un ex surfista ingenuo e inetto (Donny/Steve Buscemi). Tra una partita a bowling e un rapimento forse vero o forse no, si innesca una catena di coincidenze improbabili e incontri bizzarri: pederasti ispanici, magnati del porno, artiste d’avanguardia e cowboy con un debole per la salsapariglia, contornati da battute sagaci che sono entrate di diritto nella storia del cinema (“Quel tappeto dava un tono all’ambiente”, “Stai per entrare in una valle di lacrime”, “Questo non è il Vietnam. Questo è il bowling. Ci sono delle regole”, “La mia arte è encomiata per la sua natura vaginale”).

E poi le sequenze iconiche: il sogno allucinato del Drugo che si rifà alle sfavillanti coreografie dei musical di Busby Berkeley, il delirio che porta Walter a distruggere una corvette a colpi di piede di porco, le ceneri dell’amico morto gettate controvento, il cammeo di John Turturro alla sala da bowling sulle note di Hotel California dei Gipsy King e l’indimenticabile entrata in scena di Philip Seymour Hoffman, che ieri sera ha fatto partire in sala un applauso spontaneo e sentito, in memoria di quello che fu uno dei più grandi attori di sempre.

“Tempi come questi esigono un Grande Lebowski?”, chiedeva il copy di lancio del film. Vent’anni dopo abbiamo una risposta: sì, e ne siamo certi.

Anna Bertoli

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