Voto

8

In Mia Madre Moretti esce dal suo corpo e si incarna in Margherita – tramite un interessante gioco di messa a fuoco – per guardarsi dall’esterno e, messosi coraggiosamente a nudo, analizzarsi. Il suo caratteristico cinismo misto a scetticismo, che è sempre stata la sua lente deformate – carissima ai suoi affezionati – per leggere il mondo e gli altri, lo applica ora a se stesso, al suo lavoro, alla sua vita. A Margherita vengono rivolti proprio quei rimproveri e quelle critiche che Moretti – persona o personaggio, chissà – si sente dire fin dai suoi primi film: “Devi rompere gli schemi”, “Vedi solo le cose brutte, non ti va mai bene niente”.

Lo spunto per la trama è più autobiografico che mai, ma Moretti ha la grande capacità di sublimarlo trasformando sentimenti del tutto personali in uno stato d’animo generale e trasversale che accomuna tutti noi. Il coinvolgimento emotivo dello spettatore, in particolare nel dolore, è infatti molto profondo – anche se non raggiunge il livello di lacerante sofferenza de La stanza del figlio – ma Moretti, grazie a una cura attentissima ai dettagli, riesce a bilanciare con brillante maestria il tragico col comico, la pesantezza con la leggerezza. Eccezionali dialoghi tipicamente morettiani in balia della discontinuità – come anche la pellicola tutto –, che vacillano tra il reale e l’onirico, non potrebbero stare in nessun altro film di nessun altro regista – forse solo i Coen potrebbero accoglierli coerentemente nel loro cinema –; ci strappano un sorriso fino a fragorose risate quando entra in scena l’egocentrico e rumoroso attore americano, forse un po’ troppo stereotipato, interpretato da un ineccepibilmente bravo John Turturro.

Il film segue due linee direttive fondamentali: l’elaborazione del lutto sotto diversi punti di vista e la riflessione sul cinema, sia il proprio sia inteso in senso lato, tramite l’escamotage del film nel film – lo avevano fatto anche Pasolini ne La Ricotta o Iñárritu con il recente Birdman , per auspicare un ritorno a film “veri”, ben lontani da fiction e retorica. La sfera del pubblico e del privato, della vita e del lavoro di Moretti vengono quindi a coincidere manifestandosi negli eventi che si susseguono nella trama, ma si sdoppiano nei personaggi, nel momento in cui affida il suo bagaglio di tic, paranoie, nevrosi e insofferenze a Margherita Buy invece che a se stesso. E l’attrice riesce, per la prima volta, a non risultare fastidiosa nella sua tipica interpretazione della donna perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, con questi suoi occhioni da cerbiatto che sembrano sempre pronti a scoppiare in un pianto isterico; è perfetta per il ruolo – anche non facile – che Moretti, vecchia volpe, le ha affidato.

Forse non il miglior film di Moretti, i fan – io in primis – non si staccheranno mai dalle colonne portanti del suo cinema citandone frasi a memoria a ogni buona occasione, ma è degno di un regista che, dopo gli indiscussi maestri del Neorealismo, ha saputo ritagliarsi uno spazio non indifferente nel cinema italiano, anzi, portando proprio quest’ultimo oltralpe e oltreoceano.

Benedetta Pini