Voto

8

Estate 1994. Amin (Shaïn Boumedine) torna a casa, a Sète nella Francia del sud, lasciando per qualche tempo la città di Parigi, dove si è trasferito per studiare e diventare uno sceneggiatore. Mektoub, My Love: Canto Uno si apre con l’arrivo di Amin, che dopo pochi istanti si fa subito voyeur di una scena di sesso sudato e appiccicaticcio tra il cugino Tony (Salim Kechiouche) e l’amica d’infanzia Ophélie (Ophélie Bau) – in realtà promessa sposa a Clément, al momento sotto le armi. Ed è con questo punto di vista esterno, appunto voyeuristico, che coincide la focalizzazione del film, fino a una sovrapposizione di sguardi tra Amin e il regista.

E poi? E poi non succede nulla. Perché le giornate estive scorrono e basta, languide, molli, rilassate, tra un bagno al mare, una birra ghiacciata, una serata in discoteca e una passeggiata sulla spiaggia. Una vita libera e anarchica oggi dimenticata ma non da Kechiche, che con un moto d’amore nostalgico mostra com’era prima che tutto cambiasse, prima dell’11 settembre, del terrorismo, delle controversie sull’immigrazione e dell’ossessione per la sicurezza, la tutela della privacy e i social media.

Mektoub, My Love: Canto Uno è la (ri)educazione sentimentale di Kechiche per tutti quelli che hanno dimenticato com’è la vita a vent’anni: spensierata e leggera, scorre turbinosa, si muove tra corpi, culi, seni, cosce, e tutto osserva ma su niente si sofferma, e tutto accoglie così come viene. Il rapporto fluviale di Kechiche con il tempo si rivela allora vitale: pone la macchina da presa in mezzo al coro di ragazzi e li osserva mentre si scambiano attenzioni, sguardi, tocchi e liquidi secondo un ritmo naturale illibato; l’unico possibile per un regista come Kechiche.

Un flusso sensoriale che ingloba lo spettatore e lo trascina nel pieno del turbinio che Amin osserva con distacco e una patina di malinconia. La luce accecante dei controluce e dei bagliori con cui Kechiche ama giocare restituisce il ritratto di una giovinezza mitica e toglie alle immagini i loro confini, le confonde, le mischia e le amalgama fino a renderle indistinte e indistinguibili. La scelta è una sola: o ti butti, noncurante di non vederci chiaro, o fai un passo indietro, resti fuori e continui a vedere, a mettere a fuoco.

Amin oscilla tra le due posizioni e, nonostante l’insistenza di tutti per coinvolgerlo – soprattutto della madre, che lo sfinisce con un’estenuante dialogo – e l’attrazione di un’immersione cieca e totale nella vita, sceglie di rimanere fuori, limitandosi a un’osservazione che non sfocia nell’azione – come il suo atteggiamento schivo in discoteca –, che non interviene nella bellezza delle cose, lasciandole così come sono, libere da costruzioni pregiudiziali.

Cineasta e alter ego di Kechiche, Amin non desidera infatti possedere il corpo di Ophélie ma solo osservarlo: è questa la sua dimensione di vita – che poi è anche quella di Kechiche. Da non confondere con un distacco apatico: la compartecipazione emotiva – che poi è anche quella dello spettatore – è un filo sottilissimo che lega, anche solo mentalmente, Amin-Kechiche-spettatore al flusso aptico di mani, lingue, culi, fianchi, labbra; di corpi.

Il voyeurismo dichiarato del film – a tratti pretenzioso – rimanda all’essenza prima, originaria della settima arte come occhio e sguardo, ma anche a quel naturalismo puro e intaccabile che ha sempre connotato il cinema di Kechiche. Un naturalismo evidente nella scena del parto della pecora – pura poesia cinematografica – e che non viene mai a mancare, neanche in una situazione artificiale come quella in discoteca: in tutto quel delirio di alcol, musica assordante e luci strobostopiche, Kechiche rimane sempre sui corpi, sulla loro natura vitale, gioiosa, sfrenata, sudata, entusiasta, eccitata, mentre si rincorrono, si toccano, si sfuggono, si contemplano.

Benedetta Pini

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