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La New York degli anni Settanta è la città dei grandi viali affollati che avvicinano il cielo ai palazzi degli uomini di affari, dei vicoli che sanno di differenza e sopravvivenza
, del melting pot etnico e di sogni. In questo contesto nasce il primo cinema di Martin Scorsese, che vede nel Queens l’emblema di chi, spinto dall’ossessione e dall’ambizione sociale, è pronto a tutto pur di uscire dal proprio quartiere o diventarne l’eroe. Figlio di questo spirito e protagonista della cosiddetta Hollywood Renaissance (periodo in cui le prime università cinematografiche americane cominciarono a sfornare talenti come mai prima), Scorsese diviene l’esponente di un cinema radicale in ogni suo aspetto, un cinema interessato agli ultimi, a chi è lasciato in fondo e cerca disperatamente un modo per risalire, un cinema che non offre una via d’uscita alle problematiche dei suoi personaggi ma cerca di rappresentarne semplicemente la realtà, che il cineasta chiama “illusione”.

Come in Mean Steets (USA, 1973), i protagonisti dei suoi racconti (embrioni di quei goodfellas che il suo cinema avrà modo di raccontare più avanti) cercano un modo per guadagnarsi una posizione sociale più elevata e uscire dalla povertà dei sobborghi metropolitani in cui vivono. La luce rossa che nel film bagna il Bar Volpe diviene così il sinonimo di peccati e tentazioni infernali ma sulla terra. In questo periodo il regista è ancora molto lontano dal sarcasmo sociale di The Wolf of Wall Street (USA, 2013) e dal capolavoro Gangs of New York (USA/Italia, 2002), girato quasi interamente a Cinecittà: è un periodo in cui sperimentare e osare diventano le parole d’ordine. Da qui nasce il cortometraggio The Big Shave (USA, 1967), una delle più selvagge e limpide immagini di protesta contro la guerra del Vietnam. L’ossessione del protagonista (un soldato rientrato dal conflitto) di voler vedere sempre più pulito il proprio volto fino a togliersi la pelle dell’intera faccia diventa l’equivalente della necessità di ripulire anche la propria coscienza.

Lo scorticamento dell’uomo fino a ridurlo alla sua essenza e insieme la volontà di raccontare la vita di personaggi ai margini della società diventa il connubio fondante del cinema di Scorsese. I due temi daranno vita a Taxi Driver (USA, 1978). Dopo gli sfarzi di Alice non abita più qui (USA, 1974), che valse l’Oscar a Ellen Burstyn come Miglior attrice protagonista, il cineasta newyorkese entra di diritto nella cerchia dei grandi di Hollywood. Taxi Driver è la consacrazione: non solo del talento di Scorsese, ma anche del rapporto tra lui e Robert De Nico, il suo attore feticcio per eccellenza. La collaborazione tra i due darà vita a una serie di pellicole che faranno la storia del cinema, come Quei bravi ragazzi (USA, 1990), dove predomina l’idea che fare il gangster sia una vocazione, e Casinò (USA, 1995).

In Taxi Driver le roventi strade di New York fanno da sfondo all’apparizione del silenzioso reduce del Vietnam Travis Bikcle (Robert De Niro), il cui volto da moicano ricorda quello che l’attore aveva ne La grande rasatura (USA, 1967), destinato a diventare l’icona del nuovo cinema americano. La tensione interiorizzata del personaggio, scandita dalla voice off, è in netta opposizione con l’illeggibilità dei suoi occhi. Figlio di un Paese illusorio che fonda la sua potenza sull’ambizione fine a se stessa, Travis è al di fuori da questa stessa logica ed è dunque destinato a una non-vita priva di sogni ma colma di pensieri che gli ronzano per la testa, gli stessi di chi ha perso ogni obiettivo. La solitudine del personaggio diventa una gabbia da cui non gli è possibile uscire, e il suo taxi è un occhio sulla periferia e sulle persone che vi ci abitano. La fotografia maniacale di Michael Chapman, unita alla colonna sonora diretta da Bernard Hermann (già collaboratore di Hitchcock per Psyco) creano l’atmosfera ideale per il dramma di questo “giustiziere della notte”.

Taxi Driver segna non soltanto la carriera di Martin Scorsese ma anche una cesura netta tra il cinema classico e il cinema moderno, che darà vita a un cambiamento radicale soprattutto nell’estetica della settima arte.

Mattia Migliarino

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