Voto

7
 

Tyler Bates fu chiaro: The Pale Emperor sarà un punto di partenza, non d’arrivo. Conviene, però, rimanere con i piedi per terra per godersi al meglio i dieci brani prodotti da Marilyn Manson e Bates.

Se Heaven Upside Down fosse uscito, come previsto, lo scorso febbraio, sarebbe stato orfano di tre pezzi cardine, definiti da Manson stesso come “l’inizio, l’intermezzo e il finale di un film” che verrà fruito dall’ascoltatore: Revelation 12, prima traccia dell’album, rievoca l’aggressività di Irresponsible Hate Anthem; Saturnalia, il brano più lungo, ipnotico e post punk, ispirato dal dipinto Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya; la titletrack.

Il decimo lavoro in studio del “God of Fuck” è una caotica miscela degli elementi che nel corso del tempo hanno definito la sua carriera: dall’industrial più distorto di Antichrist Superstar (Revelation 12, We Know Where You Fucking Live, Je$u$ Cri$i$) e Holy Wood (Say10) al glam imbevuto di funk di Mechanical Animals, fino alle melodie goth e catchy di Eat Me, Drink me (Tattooed in Reverse, Kill4Me). Un pandemonio di riferimenti ai precedenti album che disorienta l’ascoltatore, letteralmente angosciato dalla veemenza degli episodi più riusciti.

Heaven Upside Down si posiziona tra l’abbozzo di rinascita di Manson (Born Villain) e la solidità stilistica degli arrangiamenti southern blues che già caratterizzavano The Pale Emperor. Una scelta che soddisfa i fan più indulgenti e colpisce in pieno volto chi continua a pretendere un insensato, e ormai improbabile, ritorno alle origini.

Christopher Lobraico