Voto

7

Manuel, un titolo dalla valenza quantomai icastica: a tenere banco nel primo film di finzione di Dario Albertini sono le vicende di un ragazzo che, dopo un lungo periodo trascorso in un istituto per minori senza sostegno familiare, si trova a doversi prende cura della madre. Il suo obiettivo è infatti quello di farla uscire di carcere facendole ottenere i domiciliari, ma questo significa dover rigare dritto e farle da garante legale – e non solo. Nel mondo alla rovescia in cui vive Manuel sembra essere lui l’adulto; lui che ha appena compiuto diciott’anni.

La macchina da presa pone in primo piano sempre e soltanto Manuel: ogni inquadratura ruota attorno al suo volto aspro, e quando i frequenti primi e primissimi piani lasciano spazio a silenziosi campi lunghi è sempre la sua presenza, appena accennata, a riempire le inquadrature. Il gioco regge anche e soprattutto grazie alla strepitosa prestazione del giovane Andrea Lattanzi, credibile in ogni suo movimento.

Un film di formazione in cui qualcosa, però, impedisce che la crescita del personaggio si sviluppi: Manuel viene risucchiato da un mondo degenerato e da una serie di responsabilità che non può – e non dovrebbe – ancora assumersi . La narrazione degli eventi, schietta e immediata, viene impreziosita da scene oniriche che si distaccano dal flusso delle vicende – si pensi al sogno lucido del protagonista a seguito dell’assunzione di una droga sintetica, ma non solo. Questi inserti non impediscono tuttavia alla sceneggiatura di mantenere una certa compattezza, anche grazie a una serie di iterazioni di luoghi e inquadrature. 

Manuel è una pellicola riuscita, in grado di ritagliarsi il proprio spazio all’interno del solco tracciato dalle nuove promesse cinema italiano (si pensi a Non essere cattivo e alle prestazioni clamorose di Marinelli e Borghi; fratelli maggiori del novello Lattanzi) di mettere in mostra una nuova promessa: lo sguardo in macchina finale toglie il respiro.

Ambrogio Arienti

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