1. A B C

Maniac approda sin troppo facilmente nel porto sicuro del successo grazie alla sapiente regia di Cary Fukunaga, che nell’arco di dieci episodi racconta il rocambolesco intreccio tra la vita di di Owen (Jonah Mill) e quella di Annie (Emma Stone). Entrambi affetti da patologie psicotiche, si sottopongono a un trial farmaceutico di tre sedute che promette la guarigione da qualsiasi patologia psichica, senza però assicurarne il successo (“Si ricordi la liberatoria!”). Ad avvallare la precarietà dell’esperimento, l’utilizzo di Fukunaga di una lente convessa, che confonde lo spettatore e lo introduce sin dalle prime scene nei misteriosi labirinti della mente. Nei colori desaturati in cui spiccano il blu, il verde e il fucsia – gli stessi delle pillole A B C che i pazienti ingeriscono durante la sperimentazione –, la fotografia conferma l’originalità della scenografia, curatissima in ogni dettaglio e maniacale nella rappresentazione.

2. Retrofuturo

Quanto più Maniac si avvicina ai giorni nostri, tanto più torna a galla un passato dal sapore anni ’80. Ma il declassamento tecnologico rivive soltanto nella forma, ingombrante ed esagerata, di GRTA, il computer cosciente e depresso che è il cuore malamente pulsante della casa farmaceutica. La pervasività dell’intelligenza artificiale che serpeggia in ogni singolo episodi, ha una forte connotazione rétro, e si compiace di una realtà futuribile ma superata, in cui la fanno da padrone immagini a 8 bit e robottini parlanti dalle voci acerbe e metalliche. Il vero punto di forza è la sceneggiatura, che esibisce il disvalore dell’assuefazione tecnologica, il circolo vizioso fatto di pubblicità invasive, vite riprogrammate e rapporti interpersonali al limite dell’alienazione. La serie pesca così a piene mani da sceneggiati già visti, come Black Mirror e Mr. Robot in primis, pizzicando poi le stesse corde di Her e Se mi lasci ti cancello.

3. Esperimenti riusciti

La sperimentazione a cui sono sottoposti i pazienti li induce a ripercorrere i momenti drammatici delle loro vite, privandoli però della possibilità reagire fisicamente. Quando tutto succede nella mente, può anche non essere mai successo. Ed è questa la spada di Damocle che pende continuamente sulle teste dei personaggi, tanto che la regia arriva a compiacersi di questo incubo, fino a entrare nei loro “riflessi”, nei loro sogni. E si spinge anche oltre. Dopo aver spiato le loro manie, li sottopone a uno sforzo ulteriore, costringendoli a interpretare se stessi in un fantasy, in un dramma alla fratelli Cohen, in un noir e in una spy story. Una trottola che gira forsennata e rischia di impazzire, eppure tutto continua inspiegabilmente a funzionare…

4. In fuga

Probabilmente è merito dei due attori protagonisti, se la recitazione dell’intero cast regge egregiamente la tempesta di emozioni e sconvolgimenti repentini della storia. Jonah Hill (l’indimenticabile Seth di Suxbad) sveste i panni dell’attore comico a cui il pubblico è abituato e si immerge in una prova drammatica impressionante, i cui sguardi bassi, l’atteggiamento sommesso e i movimenti imbarazzati rendono aderente la recitazione al personaggio. Dello stesso avviso sono Emma Stone e Justin Theroux (il dottor Mantleray, responsabile dell’esperimento). Superando la verosimiglianza del copione, smettono di essere soggetti e si prestano a diventare l’oggetto di una fuga mentale. Una fuga che è la vera protagonista della serie. Tutti corrono via, o vogliono farlo: dai brutti ricordi, dai traumi e dalle tremende sofferenze. Nessuno escluso: anche coloro che curano vorrebbero essere curati.

5. “È questo che fanno gli amici”

C’è poco da fare: l’happy ending ha un fascino così avvenente che neanche Fukunaga ha saputo resistergli. Tuttavia, quella naturale propensione all’ottimismo e alla fiducia, che si respira spesso nei prodotti cinematografici statunitensi, assume qui un significato ben diverso e ragionevolmente motivato. Dopo nove episodi in cui la tensione si insinua pungente e regolare, finalmente si staccano i fili elettrici e i fumi della rabbia si diradano. Il ritorno alla coscienza, alla conoscenza e al riconoscimento apre alla solidarietà e all’amicizia. Un finale catartico che, anziché stonare, ammette la possibilità di essere visti per ciò che si è realmente, maniac o no.

Agnese Lovecchio

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