Voto

4.5
 

I thriller nati dai grandi bestseller sembrano non avere vita lunga. Dopo il parziale flop di Inferno (Ron Howard), trasposizione del romanzo di Dan Brown, è il momento di L’uomo di neve (Tomas Alfredson), tratto dal romanzo omonimo di Jo Nesbø. 

La intelligente scelta di rappresentare L’uomo di neve, il più cinematografico dei romanzi dello scrittore norvegese, si rivela però una mossa azzardata: collocandosi a metà della saga, viene detto troppo poco circa le relazioni tra i personaggi (in primis del travagliato rapporto tra Harry Hole e Rakel Fauke) e, soprattutto, riguardo alla figura del protagonista. Harry Hole, tenebroso detective e irrequieto alcolizzato, è un personaggio multiforme, talmente chiuso in se stesso e nel suo doloroso passato da affascinare chiunque. Una complessità di questo genere, però, è troppa persino per un attore navigato come Michael Fassbender, capace di ricreare la fisicità impulsiva di Hole, ma mai in modo del tutto convincente.

Condensare in modo efficace diverse centinaia di pagine fatte di intrighi e turbe di coscienza è un’impresa per pochi – e la prima, lentissima sezione di film ne è un’evidente prova. Le capacità del regista riescono però a emergere nella seconda parte, dinamica e avvolgente, ansiogena al punto giusto, che finalmente trova un’intesa con la fotografia di Dion Beebe, meritevole fin dall’inizio: le gelide atmosfere della Norvegia contribuiscono a rendere il clima in sala teso, cupo e misterioso, preparando lo spettatore alle spietate macchinazioni del serial killer.

L’impressione complessiva, tuttavia, è quella di una fastidiosa insoddisfazione di fondo, e L’uomo di neve si piazza sul gradino più alto del podio nella categoria “occasioni sprecate”.

Anna Magistrelli