Voto

8

C’era una volta un regista visionario che voleva fare un film su Don Chisciotte, il cavaliere errante della Mancha. Era il lontano 1989 e forze oscure minacciavano la produzione, ma non si arrese. Continuò la sua lotta e trent’anni dopo (quasi) riuscì a completare il suo film.
 
Potrebbe essere raccontata anche così, come una favola a lieto fine, la vicenda de L’uomo che uccise Don Chisciotte (il “nuovo” film di Terry Gilliam), viste le innumerevoli sfide che lui e il suo team hanno dovuto affrontare. “Tutte le persone ragionevoli mi dicevano di fermarmi. Ma io non credo nelle cose ragionevoli, preferisco quelle irragionevoli” – spiega Gilliam in conferenza stampa. E per fortuna, aggiungiamo noi. La versione finale del film è un agglomerato di follia, sogno, avventura, amore: tutte le sfaccettature emotive dell’uomo sono messe sulla scena e tenute in equilibrio con quella maestria che solo il regista de La leggenda del re pescatore e Paura e delirio a Las Vegas sa realizzare.

“Don Chisciotte è molto pericoloso – prosegue  Terry Gilliam – perché quando ti entra in testa non ti lascia più e diventi pazzo quasi come lui”. È questo il nucleo di tutta la storia; una storia di follia o, forse, di assoluta lucidità. Adam Driver si riscatta dal Kylo Ren di Star Wars e veste i panni del cinico regista pubblicitario Toby, che si ritrova intrappolato nelle bizzarre illusioni di un vecchio calzolaio convinto di essere il vero Don Chisciotte (uno strepitoso Jonathan Pryce). Che fine hanno fatto gli ideali di quel giovane cineasta che tempo prima stravolse la vita di un intero paesino della Spagna per girare il suo film sul cavaliere errante? Come un moderno Frankenstein, Toby è il creatore di una “mostruosità” con cui ora deve fare i conti.
 
Il sogno e la realtà si mescolano, si annodano così tenacemente da non essere più distinguibili: sono le due facce dell’essere umano, e non possono esistere l’uno senza l’altro; proprio come Don Chisciotte e Sancho Panza. E infatti la realtà, in Gilliam, è una base nebulosa sulla quale poggia il delirio di una fantasia che forse è solo evasione ma, sicuramente, è la linfa che mantiene tutti vivi.

Giorgia Sdei 

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