Paris, Texas (1984), recentemente distribuito al cinema per celebrare Wim Wenders, è stata la pellicola di commiato dell’autore dagli Stati Uniti prima del suo ritorno in Europa. Rappresenta infatti uno snodo cruciale nella carriera del regista, reduce da una serie di film di profonda riflessione sull’orientamento del cinema contemporaneo. Stiamo parlando di Lighting Over Water, Hammet e i due documentari Reverse Angle e Chambre 666 – in cui alcuni colleghi vengono interrogati sul futuro del cinema – e Lo Stato delle Cose, una delle sue pellicole più rinomate, in cui il discorso circa lo statuto dell’artista cinematografico sfocia nell’uso del metalinguaggio, in un’aperta discussione sull’industria cinematografica e sul lavoro del regista.

Tenendo questi sviluppi come sfondo, il film rappresenta una grande novità, di cui Wenders era perfettamente consapevole. In un’intervista dell’84, infatti, affermava: “Tutti i miei film precedenti, in realtà, non credevano nella storia, nella trama: si basavano esclusivamente sui personaggi e sulle varie situazioni in cui essi si venivano a trovare. […] Stavolta, nonostante il finale sia completamente aperto, la trama ha una direzione molto precisa sin dal primo momento: sappiamo sempre perché Travis sta facendo delle determinate cose e dove sta andando il film”. La profonda indagine di Travis, il protagonista, e dei personaggi non ostacola la possibilità della loro azione: Travis, pur rimanendo fedele alla sua condizione di isolamento, manifesta infatti una certa capacità di cambiare. Anzi, il suo percorso emotivo, ma anche materiale e fisico, è la trama stessa del film, che si apre su di lui, errante nel deserto americano. Dopo essere svenuto in una drogheria, viene ricoverato nell’ambulatorio locale, dove manifesta un mutismo che ne rende difficile il riconoscimento da parte dei medici, che decidono quindi di mettere mano al suo portafogli. Trovano così il numero di Walt, suo fratello, che parte subito per raggiungerlo. Una volta arrivato non lo trova in ospedale, ma sulla strada. Travis, nonostante continui a non parlare, decide di rimanere con il fratello. Inizia qui il ritorno a casa, dove troverà la moglie di Walt, Anne, e Alex, suo figlio, che 4 anni prima era rimasto con Walt dopo che lui, separatosi da sua moglie Jane, se n’era andato. Dopo aver visto un video che lo ritraeva con la sua famiglia, decide di cercare sua moglie. Riacquistato man mano l’uso del linguaggio e l’affetto di suo figlio, riuscirà infine a trovare la moglie, con cui si riappacificherà, per poi comprendere di dover finire nel modo in cui aveva incominciato: continuando a vagare in solitudine.

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Accanto ai colori intensi e profondamente meditativi della fotografia, evidentemente influenzata dalla pittura malinconica di Edward Hopper e dalla fotografia di Walker Evans, troviamo dei temi ricorrenti all’interno della filmografia di Wenders: in primis la comunicazione, momento centrale delle relazioni con gli altri individui, che viene trattata interamente, da una forma comunicativa istintiva – il muto dialogo con il figlio mentre tornano da scuola – all’uso di tecnologie come walkie-talkie, registratori, telefoni; poi l’infanzia lacerata dalle colpe degli adulti, ma comunque teatro di formazione di un’identità – tema presente, per esempio, anche in Alice nella Città (1973); e ancora, la critica dialettica tra due ambienti, l’Europa e l’America, illustrata attraverso un forte divario tra due modi di vivere, due diverse condizioni esistenziali, due diverse modalità di concepire gli spazi – da una parte spazi aperti, luoghi di viaggi liberatori e di solitudine, dall’altra spazi chiusi, regno di affiatamento familiare.

Il film rappresenta una vera e propria svolta drammaturgica per Wenders: segna la fine del suo “sogno americano”, che qualche anno più tardi darà alla luce il suo forse migliore lavoro, Il Cielo Sopra Berlino.

Sicuramente, il lascito di quest’opera è molto rilevante. Premiato con la Palma d’Oro come miglior film al Festival del cinema di Cannes dell’84, consacra Wenders a oggetto di culto, portando anche a una certa considerazione commerciale il cinema d’autore, soprattutto tra le nuove generazioni. Ha inoltre influenzato molti cineasti successivi, tra i quali spiccano i fratelli Coen, che hanno sicuramente attinto a questo film per quanto riguarda la colonna sonora di alcuni loro lavori, ma anche per le ambientazioni di Non è un paese per vecchi (2007), particolarissimo road movie che deve molto a Paris, Texas, uno dei primi film del genere, in cui rientra anche Una Storia Vera (1997) di David Lynch.

Come Travis e Wenders che ritornano al punto di partenza, il primo alla sua solitudine, il secondo alla sua patria artistica, la Germania, dopo un excursus negli USA, anche noi appassionati di cinema ritorniamo sui nostri passi, su pellicole che, come questa, hanno segnato la storia del cinema e che è buona cosa riportare alla memoria dei nuovi cinefili.

Luca Paterlini