Voto

7
 

Esilarante e amara, la nuova commedia diretta da David Wnendt si ispira alle vicende dell’omonimo romanzo campione d’incassi Lui è tornato di Timur Vermes. Si tratta di Adolf Hitler e del suo ritorno alla vita: senza alcuna spiegazione il dittatore si risveglia trovandosi costretto a fare i conti con una Germania assai diversa da come l’aveva sognata settant’anni prima e governata ora da una “matrona con il carisma di un salice piangente” (aka Angela Merkel).

Con innegabile coraggio l’autore riporta alla luce un demone del passato ancora non del tutto esorcizzato, un azzardo che accentua la dimensione grottesca della pellicola e lo sbigottimento dello spettatore. La scanzonata ironia con cui vengono raccontate le reazioni del popolo tedesco – inquietantemente entusiastiche –, infatti, cede presto il passo al naturale senso di repulsione nei confronti del crescente divismo del führer.

La voice over del protagonista, che esplicita le affinità tra il violento reazionismo latente nel popolo tedesco degli anni ’30 e il malcontento odierno, si rivolge al pubblico senza retorica e lega passato e presente in un confronto fatale. Emotivamente vigoroso, il film si propone di scuotere gli animi illustrando una pericolosa verità: Hitler non è qualcuno che si è imposto ma è qualcuno che il popolo tedesco ha scelto per comandare, spinto dalla stessa “rabbia silenziosa” serpeggiante oggi. Basti pensare all’attuale crescita di consenso intorno al partito neonazista tedesco e si intende come l’ironia di questo film non sia tanto avulsa dal reale.

Non convince del tutto l’interpretazione di Oliver Masucci nei panni del führer che, pur aderente alla scelta di una caricatura dei tratti iconici del tiranno invece di una vera e propria immedesimazione, si attiene a un ventaglio di caratteristiche-base fragile e ristretto.

Giorgia Maestri