Voto

8.5
 

Sorrentino parte da lontano, da una Puglia provinciale e disperata che sgomita nell’illusione di uscire da quella stessa merda in cui, muovendosi così convulsamente, sprofonda sempre di più. Da Taranto si sposta in una Roma dipinta come Gotham, dove un insieme di donnine, papponi e arrivisti sguazza soddisfatto in quella merda ricoperta d’oro luccicante. E poi sapproda in Sardegna, trampolino di lancio per arrivare a Lui.

Il protagonista di Loro 1 è Sergio Morra (storicamente Giampaolo Tarantini, interpretato da Riccardo Scamarcio), che a botte di cocaina in omaggio crea un plotone di ragazze giovani e belle, assetate di successo e pronte a succhiarlo dal collo di chiunque possa dargliene anche una sola goccia. È così che Morra, insieme allo spettatore, si avvicina a Lui, accerchiandolo piano piano, con la determinazione e la pazienza di un cacciatore esperto. La chiave per arrivare a Lui e, tramite Lui, al potere è infatti il suo entourage, l’insieme delle ramificazioni che reggono e proteggono il suo impero sotterraneo e diabolico, che tutto controlla e tutto corrode. In una sola parola: Loro, quelli che contano.

Come con un animale selvatico (ecco che le metafore della capra, del rinoceronte e del ratto trovano una quadra), furbo e diffidente, Morra sa che una sola mossa affrettata lo metterebbe in fuga, facendo svanire ogni possibilità di avvicinarlo. Ed è qui che si concretizza lo scopo di Sorrentino: seguire la strategia di Morra e attraverso quella individuare e snocciolare le debolezze di Silvio, le falle di un personaggio farsesco che, quasi alla perfezione, ha saputo toccare i tasti giusti per sedurre il nostro Paese, trasformando la verità assoluta in capacità di persuasione.

Dimenticate le morbide carrellate de La grande bellezza: lo stile di Sorrentino si fa nervoso, dissonante e aggressivo, soprattutto nell’abuso di jumpcut e di grezzi stacchi di montaggio; gli inserti in computer grafica sono dichiarati (“Tutto vero, tutto falso”); le battute sembrano pescate dai cinepanettoni anni ’80; inserti surreali e nonsense si materializzano nei momenti meno probabili. E la forma non può che adattarsi al contenuto. Una forma disturbante e respingente pretesa da un contenuto altrettanto repellente: ponendosi sullo stesso piano della storia, la messa in scena la abbraccia e la racconta senza alcun giudizio, anzi, con una certa tenerezza verso il Silvio di Tony Servillo, che sorride imperterrito persino di fronte al crollo della propria vita pubblica e privata.

Se da Il Divo trapelava un certo timore reverenziale nei confronti di un personaggio politico ossessionato dal potere e dalle proprie ideologie, in Loro 1 si insinua una subdola simpatia nei confronti di un uomo salito al potere a colpi di battute volgarotte e ancora oggi incapace di arrendersi, convinto di poter riconquistare la sua “intellettuale” – in quel contesto basta ben poco – Veronica (Elena Sofia Ricci) con una comparsata di Fabio Concato – chicca geniale di Sorrentino. Ridotto al meme di se stesso, a una maschera di cera che sfoggia un sorriso brillante, Sorrentino mette a nudo il meccanismo studiatissimo del Silvio-pubblico e si inoltra nei meandri del Silvio-uomo-privato. Uno solo è lo strumento del regista: la lente deformante della satira grottesca, aneddotica, vitale ed esuberante, amorale e decadente; niente a che vedere con la Storia raccontata dai libri o dai media.

Indimenticabile l’entrata in scena di Silvio, vestito da odalisca: una maschera sulla maschera, un pagliaccio. Strati di finzione esasperati da Sorrentino per renderli manifesti, per spezzare l’indecifrabile magia con cui Silvio ha ammaliato milioni di italiani, per separare Berlusconi dal berlusconismo, Berlusconi dal populismo, e palesare i misteriosi sentimenti che lo hanno mosso, al di là della narrazione di se stesso che ha strenuamente costruito nel corso degli anni. Con Loro 1 Sorrentino ha solo preso la mira. Bisogna aspettare Loro 2 per vedere se, come e quando colpirà il bersaglio.

Benedetta Pini