Voto

9
 

Dopo il successo planetario di Pure Heroine ci si aspettava che Lorde avrebbe cavalcato l’onda senza perdere nemmeno un secondo, ma non è andata così. Melodrama arriva a quattro anni dall’esordio che la consacrò come l’artista più giovane a vincere un Grammy Award e dall’impegnativa, quanto dolce, considerazione che David Bowie aveva di lei, il quale la definì “il futuro della musica”.

Basta un solo ascolto per rendersi conto dell’enorme potenziale espresso da Melodrama, un album che riesce a sedurre subito l’ascoltatore senza mancare di inventiva: la vastità strumentale che si scorge ascoltando le undici tracce dell’album lo rende un lavoro più estroverso e – a tratti – esuberante rispetto al sound minimal elettronico di quel “piccolo” capolavoro che è Pure Heroine.

Un ex che proprio non riesce a togliersi dalla testa è il soggetto di Green Light, brano che si accende con degli accordi di pianoforte e che, considerate le sonorità, non stupirebbe se fosse interpretato da cantautrici come Stevie Nicks o Kate Bush (formula che ritorna in Writer in the Dark). I fiati e le dissonanze di Sober e l’attesa dopo il verso di The Louvre (“Brodcast the boom boom boom boom/and make’em all dance to it”), in cui l’ascoltatore si sente a un passo da un’imminente apocalisse sonora e viene invece cullato dall’ambient più inaspettato, conferiscono l’ascolto una raffinatezza impressionante. Piccoli dettagli che fanno la differenza e che contraddistinguono la carriera della giovane popstar neozelandese sin dall’inizio, rendendola una mosca bianca in un panorama sempre più conforme.

Christopher Lobraico