Birre, pacche sulle spalle, sorrisi. Più che di un concerto sembra trattarsi di una reunion tra amici di vecchia data, che dopo tanti anni e altrettanti chilometri percorsi si ritrovano sotto a un palco per il gusto di provare le stesse vibrazioni.

La seconda tappa italiana degli Slowdive, andata in scena ieri sra all’Alcatraz di Milano grazie a DNA concerti, inizia con una ventina di minuti di ritardo per permettere allo staff di fare un’ultima prova con le luci, di testare i microfoni e di sistemare con una cura maniacale gli strumenti sul palco.

Cominciano a risuonare gli accordi di Slomo, e mentre la voce di Neil Halstead tradisce una punta di malcelata emozione, la sala grande dell’Alcatraz sembra scivolare in una dimensione parallela. Ovattata, soave, sospesa. Rachel Goswell, decisa e senza sbavature, canta e danza sinuosa mentre i presenti si riempiono i polmoni con Star Roving.

Crazy For You e Avalyn sono un lasciapassare per le pieghe dell’anima, un doveroso tributo al passato della band. L’atmosfera si tinge di un rosso vivo: è una lenta iniziazione che conduce fino all’apice dello show, quando arriva il momento del trittico When The Sun Hits, Alison e Sugar for The Pill. Un trattato della psichedelia shoegaze: ballate, suoni cristallini e rumore di fondo al quale è impossibile rimanere impermeabili.

La chiusura è un doppio encore che attinge a piene mani da Souvlaki: Dagger e 40 Days. Un pieno cosmico che ti investe. Saluti, senza troppe celebrazioni. Un’ora e mezza in una bolla rarefatta che neanche la pioggia battente è riuscita a far scoppiare.

Matteo Squillace