Voto

6

Una buona storia la si riconosce subito da pochi ma essenziali elementi: il suo essere diretta, la sua (apparente) semplicità e la sua disponibilità a essere percepita sotto vari punti di vista. Si tratta degli elementi tipici delle favole più classiche, delle storie pedagogiche tanto importanti nello sviluppo dell’infanzia. L’insulto, l’ultimo lavoro di Ziad Doueiri, funziona discretamente proprio per questo motivo: è costruito come una favola di Esopo. È un film fatto di lupi e agnelli, di dispute mai interrotte e di ferite perennemente aperte. La storia di Toni e Yasser è solo un pretesto metaforico per raccontare una storia ancora più ampia: i due, a causa di un malinteso e di un nervosismo geo-politico di fondo, finiscono in tribunale al solo scopo di sopraffare l’altro, ma qualcosa di più grande di loro si cela dietro il velo delle apparenze.

È il gioco delle scatole cinesi a prendere sempre più piede in questo court drama dalle tinte giallastre come l’intonaco delle palazzine di Beirut, indecise se occidentalizzarsi o respirare la breve pace che hanno ottenuto dopo gli scontri della guerra civile finita negli anni ’90. Ma il conflitto è ancora acceso nei cuori dei protagonisti e, come il filo di Arianna insegna, li condurrà attraverso il labirinto dello scontro e della storia. Nonostante gli apparenti limiti del film, Ziad riesce nel suo obbiettivo: veicolare un messaggio di comprensione universale attraverso la storia recente del Libano e della situazione medio-orientale in genere.

Tuttavia, appesantito da una messa in scena televisiva e didascalica e da una scrittura manichea dei personaggi, troppo relegati tra il bianco e il nero (benché a livello recitativo il film regali veri momenti di piacere), L’insulto riesce a lanciare l’imput che serve al cinema di questi tempi e a far sì che Toni e Yasser, come due moderni lupi e poi agnelli, riescano a risolvere i propri problemi. Esisteranno sempre, però, dei Toni e dei Yasser pronti a insultarsi per poi accorgersi, come sempre troppo tardi, che il lupo non si nasconde dietro nessuno dei due ma è ancora libero da qualche parte, e lo sarà ancora per molto tempo.

Michele Granata

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