Voto

6

Il nuovo lavoro del regista siberiano Andrei Zvyagintsev è una cruda rappresentazione del potere politico (legislativo, esecutivo, giudiziario) e di quello religioso in Russia. Filtrata dall’utilizzo di innumerevoli metafore – a partire dal titolo, che rimanda alla seicentesca opera filosofica di Thomas Hobbes, nonché a Il libro di Giobbe della Bibbia –, emerge una denuncia spiazzante alla radicata corruzione, incarnata dal sindaco della città, che viene presentata come il principale mezzo d’azione utilizzato dai potenti.

La pellicola è un alternarsi di luoghi surreali e isolati, di infinite distese abitate unicamente da giganteschi scheletri di balena, piacevoli da ammirare ma espressione di un’irrimediabile solitudine che accomuna chiunque vi dimori. I personaggi appaiono come delle minuscole pedine arbitrariamente mosse da chi dovrebbe garantire sicurezza e libertà individuale, ma che sembra invece godere dell’illegittimo diritto di indirizzare ai propri egoistici scopi le vite altrui: uno spietato potere assoluto, pronto a schiacciare chiunque gli faccia da ostacolo.

Il pungente realismo dell’intero film diventa insopportabile nelle scene di vita quotidiana – predominanti nella pellicola – in cui assistiamo a riprovevoli e animaleschi litigi tra uomini che si liberano della propria coscienza attraverso fiumi di vodka, a rumorosi masticamenti di disgustose pietanze e a prolungate inquadrature durante le quali non accade nulla.

Leviathan è senza dubbio un film profondo, capace di restituire perfettamente il senso di oppressione claustrofobica che accompagna la tediosa vita di questi depressi protagonisti, apparentemente privi di speranza e scevri di qualunque sentimento amoroso nei confronti di coloro che hanno accanto. Tuttavia, la pellicola necessiterebbe di una notevole sintesi per impedire ai non amanti dei cosiddetti “mattoni” di impazzire mentre bramano l’avvento dei titoli di coda.

Federica Romanò

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