Voto

7

A quattro anni di distanza da Strut, Lenny Kravitz torna a prendersi prepotentemente la scena con Raise Vibration. Un disco “lungo” per gli standard odierni: oltre un’ora per dodici brani dalla durata media di cinque minuti e più. La sensazione è quella di trovarsi davanti a un’opera compatta e impegnativa, che rivela milioni di sfumature e una discreta differenziazione di influenze da brano a brano.

Il sound varia con lo svilupparsi del disco, abbracciando sia i classici strumenti del rock americano (chitarra elettrica e piano), sia contaminazioni decisamente europee di synth ed elettronica (Who Really Are the Monsters?). La voce di Lenny Kravitz è camaleontica e salta agilmente dal funky anni ’80 (Low, It’s Enough!, The Majesty Of Love) al classic rock psichedelico (Raise Vibration) e alla rock ballad (Johnny Cash, Here To Love): un enorme ventaglio di cui l’autore tiene ben saldo il manico, guidando pian piano l’ascoltatore in questo mondo con testi efficaci e diretti, vari nelle tematiche (amore, famiglia, critiche alla società) ma sempre molto compatti.

Prodotto avvalendosi solamente dell’aiuto dei collaboratori storici Craig Ross e David Baron, Raise Vibration è l’ennesima prova della solidità di un vero artista a tutto tondo.

Federico Bacci

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