Lo scorso giovedì 21 settembre il circolo Arci Ohibò di Milano si è trasformato in un luogo di culto per ospitare i riti iniziatici del collettivo Cult of Magic, esibitosi in una conturbante performance dal titolo Le Serprent Rouge.

Gli spettatori vengono fatti accomodare in un ambiente scarno e raccolto. Sul palco trovano posto un tavolo, una lampada, una tastiera, sintetizzatori modulari, oscillatori analogici, sequencer, theremin, arpeggiatori e due chitarre – una elettrica e una acustica. A completare l’atmosfera loop sintetici dalle qualità allucinatorie e opprimenti. Quando il compositore, Francesco Sacco, sale sul palco, un fertile paesaggio sonoro fatto di fruscianti dronescapes e minacciose folate di sintetizzatore prende bruscamente il posto delle ossessive pulsazioni, creando un ambiente cupo e claustrofobico entro il quale ha preso lentamente forma l’esoterica danza delle tre ballerine.

Ma, come spesso accade quando si parla di Cult of Magic, nulla di quello che ci si sarebbe aspettati ha avuto luogo. La performance, che prevede l’accorpamento di più arti quali la musica, la danza e il teatro, riesce a scongiurare il pericolo di una suddivisione gerarchica tra sfondo e primo piano: i volti espressivi di Giada Vailati, Samira Cogliandro e Alice Cheophe Turati, la loro gestualità da rito iniziatico e i loro flemmatici movimenti intorno a un lungo telo rosso – le serpent rouge, appunto – si fondono sublimemente all’arsenale di timbri e sonorità sordinate sfoggiati da Francesco Sacco.

Giovanni Battista Righetti

Ogni gesto sul palco era parte di un unico paesaggio: l’ambiente sonico, denso d’atmosfera, non si è limitato al ruolo di sottofondo, di coloritura, ma ha dominato e indirizzato la danza per l’intera durata dello spettacolo. Così, persino i movimenti del compositore, una silfide a capo di un’orchestra composta da un unico musicista, contribuivano a evidenziare e arricchire di senso la magnetica prestazione delle tre ballerine.

Una menzione speciale va al ruolo di Francesco Sacco. Il compositore non si è limitato alla riproduzione fedele dei brani dell’EP :O , ma li ha decostruiti e rimodellati al fine di evidenziarne le qualità spaziali e atmosferiche: è il minimalismo elettronico ad avere la meglio sulla psichedelia e le distorsioni di chitarra contenute nel disco. Il musicista si fa quindi portavoce di un approccio che potremmo definire in un certo senso aleatorio: svincolato dal ruolo di compositore, l’esecutore è libero di modificare la partitura a proprio piacimento.

Questo atteggiamento ha inoltre avuto come conseguenza quella di avvicinare il lavoro in studio alla performance dal vivo, rendendoli due facce della stessa medaglia. Giovedì sera il palco si è letteralmente trasformato in un laboratorio del suono, lasciando gli spettatori nientemeno che a bocca aperta.

Federica Romanò

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