Manifesto della controcultura americana, Easy Rider (1969) segna un’epoca. Ispirato a Wild Angels di Roger Corman (1966), iniziatore dell’epopea della motocicletta, l’opera di Dennis Hopper definisce anche uno stile, quello del road movie, con le sue interminabili inquadrature paesaggistiche accompagnate da colonne sonore che continuiamo ancora oggi ad ascoltare durante i nostri viaggi.

La pellicola contiene 10 tracce dei più famosi compositori dell’epoca (e anche della storia), tra i quali spiccano Bob Dylan, The Jimi Hendrix Expirience, Steppenwolf e The Band. Tutti brani che sono diventati simbolo della controcultura americana degli anni Sessanta. Nella pellicola la musica è strettamente legata alle immagini e agli eventi che accadono ai protagonisti. Si pensi a The Weight dei Band, che parla di un viaggio iniziato per liberarsi da un peso proprio mentre i protagonisti si avviano  in moto verso la loro meta. Oppure a If 6 Was 9 dei Jimi Hendrix Expirience, vero e proprio inno al conflitto tra la controcultura e il sistema: con le parole “I’m the one that’s gonna have to die when it’s time for me to die so let me live my life the way I want to” viene rimarcato il profondo senso di libertà che riecheggia in tutto il film.

Una delle canzoni più emblematiche è quella dei titoli di testa, Born to be Wild degli Steppenwolf, che apre le danze dell’epopea. Il brano è rappresentativo dell’avventura e per questo viene associato alla figura del biker, dallo stile underground e fuori dal comune del film. L’amaro finale della pellicola è accompagnato da un brano altrettanto significativo: It’s Alright Ma (I’m Only Bleeding) di Bob Dylan, una canzone di protesta contro il consumismo e, in una certa misura, una visione pessimistica verso il futuro della sua generazione.

È proprio grazie alla colonna sonora che il film raggiunse un grandissimo successo di pubblico e venne consacrato come simbolo immortale di un’intera generazione.

Filippo Fante