Ennio Morricone e Sergio Leone. Uno dei sodalizi più importanti della storia del cinema. La loro collaborazione raggiunge l’apice con C’era una volta in America, il terzo capitolo della Trilogia del tempo (C’era una volta il West, Giù la testa! e C’era una volta in America) che racconta le vicende di David “Noodles” Aaronson (Robert De Niro) e del suo gruppo di amici nell’arco di quarant’anni, dalla gioventù vissuta nel ghetto ebraico e la malavita ai tempi del proibizionismo sino agli anni Sessanta, servendosi ampiamente di flashback e flashforward.

Questo modus operandi consente ai ricordi di emergere per associazione mentale, ridisegnando costantemente le caratteristiche del protagonista e facendo immergere lo spettatore direttamente nei suoi stati d’animo. Un noir della memoria che si svela progressivamente e che sottolinea la contrapposizione dei caratteri attraverso espedienti scenografici dai contorni nebulosi (i personaggi escono dagli angoli della strada, da sbuffi di fumo, dalla nebbia).

Attraverso le composizioni di Ennio Morricone Sergio Leone riesce a dare spessore al tema del mito e del tempo. Il motivo musicale che accompagna Jill McBain (Claudia Cardinale) mentre scende dal treno aprendo lo sguardo del film verso il mondo occidentale in C’era una volta il West (1968) e il carillon che accompagna l’Indio (Gian Maria Volontè) e il Colonnello (Lee Van Cleef) in Per qualche dollaro in più (1965) sono chiari esempi di questo giocoforza: non è un caso che Leone commissionasse con largo anticipo le colonne sonore, in modo da poterle ascoltare durante le riprese e amalgamarle alla perfezione con il girato.

Se nella Trilogia del dollaro la colonna sonora commenta in sincronia le azioni, risultando onnisciente, in C’era una volta in America il risultato è più intimo e personale, volto a raccontare di un’innocenza perduta con i toni nostalgici del romanzo a cui il film è ispirato (The Hoods di Harry Grey, 1952). Le melodie si fondono, si sovrappongono e si integrano alle immagini; la musica è sincronizzata con le emozioni, diventando filo conduttore dei ricordi di Noodles: evoca malinconia, plasma la sceneggiatura e rafforza la finezza psicologica dell’interpretazione di Robert De Niro.

La colonna sonora, scritta e diretta da Morricone, diviene allora anima della pellicola, e trasporta lo spettatore in un vortice, capace di risvegliare sentimenti di amicizia e di amore. Per raggiungere questo risultato il Maestro si serve di stilemi di antica concezione rivisitandoli in chiave moderna attraverso l’utilizzo di innovazioni strumentali e dei cromatismi di compositori vicini al suo tempo, ma anche citando melodie contemporanee come Yesterday dei Beatles. Il leimotiv indiscusso del film è Childhood Memories, che si apre con il flauto di pan e sfocia in uno swing anni Trenta per raccontare l’innocenza, la tristezza, la perdita e il desiderio.

Anche Poverty viene introdotta dal flauto, che muta in un pianoforte ricco e sereno. Infine, Deborah’s Theme, con il suo basso continuo e i violini, regala l’idea di una melodia sospesa, di una nuvola di ricordi. Sarà questa bruma perpetua a portare la critica a considerare il racconto del film come un sogno oppiaceo di Noodles, interpretazione che trova conferma nel suo ghigno di sollievo, dai tratti giocondi. Al di là delle teorie, la figura del Maestro Morricone rimane una certezza, un pilastro della storia del cinema, che dimostra come la colonna sonora sia non un mero accompagnamento ma parte vera e propria della sceneggiatura, sulla quale basare dialoghi, scenografie e fotografia, e perno attorno al quale ruota la psicologia dei personaggi, intrattenendo uno stretto legame con tutti i reparti che danno vita alla pellicola.

Daniela Addea