Voto

8.5
 

Anche gli elettronici hanno un’anima, ma non è una novità. Ce l’hanno insegnato – nel corso dei decenni – tutte quelle band che un recensore erudito potrebbe enumerare vagando tra le dieci vaste tracce di American Dream, il nuovo album degli LCD Soundsystem. Si può risultare perfettamente credibili se si afferma, per esempio, di aver assistito durante l’ascolto ad apparizioni dei Padri della Chiesa del synth-pop, come i canonici Human League o gli Orchestral Manoeuvres in the Dark… ed è significativo che James Murphy, nel valzer triste della title-track, riesca a rifare questi ultimi meglio di loro stessi (vedere il loro recentissimo Punishment of Luxury non tanto per credere, quanto per arrendersi – ahimè – all’evidenza).

Col loro nuovo album, però, gli LCD non si limitano a fare una seduta spiritica per evocare i nomi più illustri dell’elettronica: riescono a creare un habitat in cui gli spettri neo-romantici si aggirano spigliatamente tra affilatissimi residuati post-punk e goth, che graffiano l’american dream e lo infettano con una tenebrosa malinconia. Anche qui i più dotti potrebbero sfidarsi a duello palleggiandosi nomi su nomi, scrollando l’albero genealogico della musica new-wave, mentre i meno fantasiosi – come chi scrive – possono vincere facile puntando sui Bauhaus (che possiedono brutalmente gli LCD per tutta la durata di Emotional Haircut) e i The Cure, giacché un bel parallelismo con loro non si nega a nessuno.

Ma è pur vero che la voce del cantante James Murphy – a seconda del contesto – diventa mostruosamente simile a quella di Robert Smith (other voices) o a quella del suo quasi omonimo Peter Murphy (how do you sleep), così come nell’album che gli LCD pubblicarono dieci anni fa, Sound of Silver, James poteva spacciarsi comodamente per Fred Schneider dei B52’s. Cionondimeno questo camaleontismo non sembra mai un sintomo di vanità, e la tentazione di vedere una citazione in ogni cosa dovrebbe andare di pari passo con l’ammissione che tutti e dieci i brani sono perfettamente autoconsistenti, dei crogioli altamente efficienti.

Basti pensare alla morbidezza ciclotimica delle transizioni di other voices: questo brano – mandando a gambe all’aria l’equilibrio dell’introduttivo oh baby – scivola dalla disperazione del cantato di Murphy a un’impettita declamazione di Nancy Whang in stile Scissor Sisters, per poi tornare al tripudio di chitarre passate al tritacarne che riempiono questo brano tormentoso. Gli LCD hanno una gran tecnica nell’alternare ordine e disordine, vuoto e saturazione, creando un bilanciamento impeccabile: un esempio è offerto dalla title-track, in cui le strofe titubanti in ¾ vengono periodicamente eiettate nella luminosa scia tracciata dai sintetizzatori nel ritornello.

Quando il recensore – preda di un attacco di bovarismo – si lascia trasportare dalla voluttà dell’identificazione di tutte le possibili influenze, si trova di fronte agli innesti più strani e a delle parafrasi talmente suggestive da confondere persino gli sputasentenze più incalliti: change yr mind esibisce le stesse chitarre macinate di other voices, nonché un’abbondanza di sovrapposizioni vocali fioche e storte, importando tutti gli elementi che caratterizzano, per esempio, la fragorosa Blackout del Bowie berlinese del 1977. Ma tutto questo è travasato su un loop di percussioni che avvolgono lo spettatore come i ritmi sinuosi e frastornanti approntati dai Pet Shop Boys di Bilingual.

Tutto c’entra con tutto e niente c’entra con niente. Ogni elemento sembra derivare da uno spudorato borseggio: tonite è espropriata dagli Arcade Fire più recenti, così come il violino di how do you sleep parrebbe il frutto del rapimento del giovane Billy Currie degli Ultravox nella loro fase punk. Ma tutti gli oggetti “rubati” stanno quasi meglio addosso agli LCD che agli originari possessori. In un crescendo di traveggole e sbalestramento, la meravigliosa call the police diventa – per chi scrive – un brano sentito suonare dai The Walkmen nel corso di un vecchio sogno stranamente felice, nel quale la band newyorchese perdeva ogni reticenza folk/indie e si abbandonava alla goduria delle distorsioni chitarristiche.

Arrivati alla fine dell’ora e otto minuti di American Dream, va dato – una volta per tutte – a Cesare quel che è di Cesare: dietro alle ibridazioni vere e presunte, resta un nocciolo di vera emozione che si deve agli LCD Soundsystem e a nessun altro. Chi per emozionarsi avesse bisogno di sgranare tutto il rosario degli elettronici (con o senza anima) degli ultimi quarant’anni, dovrebbe andare a farsi controllare il cuore.

Andrea Lohengrin Meroni