Voto

6.5
 

Inquietudine. È questa la cifra stilistica di Del Rey fin dal suo debutto con Born To Die nel 2012. Nuovo appuntamento discografico, ma in soluzione di continuità con i tre precedenti, Lust For Life approda a una consapevolezza e maturità già ricercate da Honeymoon, ma si perde nel tentativo di rispolverare il sound ormai consolidato dell’artista. L’eco sognante delle produzioni e dei testi che riporta a mondi e tempi “altri”, in perfetto stile ‘50s, cerca di dialogare con l’odierno; ed è in questo senso che si spiegano le collaborazioni con The Weeknd (Lust for Life), Playboi Carti e A$AP Rocky (Summer Bummer, Groupie Love). Ma si tratta di collaborazioni che si collocano in modo a se stante rispetto alla produzione, apparendo “scollate” dal quadro complessivo dell’album.

Discorso diverso per Beautiful People Beautiful Problems con il featuring di Stevie Nicks e per Tomorrow Never Came con la partecipazione di Sean Ono Lennon. Il primo è un riuscito incontro di scenari musicali: il tocco della queen of rock, evidente sin dal piano in apertura, riesce a incontrare in modo vincente l’atmosfera trasognata della Del Rey, dando luogo a una performance in bilico fra l’immediatezza della Nicks e il mood dreamy della Del Rey. Il secondo è debitore, per molti versi, delle atmosfere di Across The Universe dei Beatles: del resto è ciò che ci si aspetta dall’incontro fra l’approccio al rock di Lennon figlio e il sound lo-fi di Lana Del Rey.

Per le restanti tracce l’album scorre vagamente sottotono, cercando il dialogo con i nuovi generi di punta, strizzando l’occhio alla trap in Coachella – Woodstock In My Mind e ponendo in primo piano la sezione ritmica a discapito di archi e fiati com’era invece stato per i dischi precedenti (Cherry, In My Feelings, God Bless America – And All the Beautiful Women In It). Sedici tracce difficili da digerire fino alla fine, alcune delle quali riempiono più la tracklist che le orecchie (Heroin, Change, 13 Beaches).

Gaia Ponzoni