Voto

7.5

Interpretata da una luminosa Juliette Binoche, Isabelle incarna le contraddizioni e le fragilità comuni a tutte le donne alle prese con l’amore e le intermittenze del cuore, tratteggiate in tutti i loro colori e le loro sfumature. Madre single di cinquant’anni, Isabelle ha da poco divorziato ed è una pittrice soddisfatta e di successo, eppure le manca qualcosa: l’anima gemella, di cui è alla disperata ricerca. Come in una tipica commedia romantica, Isabelle vive un susseguirsi di appuntamenti con diversi uomini. Sullo sfondo la città dell’amore: Parigi, ovviamente.

Isabelle sembra disposta ad accontentarsi di tutti, ma sceglie continuamente di non farlo. Corpi, volti ed emozioni trascinano lo spettatore sulla giostra della vita di Isabelle, sperando che qualcuno la noti, aspettando insieme a lei che arrivi il principe azzurro, seguendo i suoi umori che, altalenanti, viaggiano sulle ali leggere della sua immaginazione. Basta una frase di troppo, un’espressione di incertezza, un silenzio inopportuno, quel “posso salire da te” che non arriva al momento desiderato, ed ecco che l’incanto svanisce e le luci parigine si spengono, così come i sogni d’amore di Isabelle. Non era lui neanche questa volta. La paura della solitudine si insinua in ogni inquadratura, ma il “bel sole interiore” di Isabelle, da cui il titolo francese Un beau soleil intérieur, non le lascia spazio: resta sempre la speranza che la prossima volta andrà meglio.

La Binoche offre il suo corpo all’obiettivo, dando prova di una rapidità esemplare nel cambio del registro recitativo. E l’obiettivo scivola indiscreta su di lei, voluttuoso e sensuale, passa sulle sue cosce, tra l’orlo della minigonna e la parte alta degli stivali, e infine si sofferma in primo piano sul suo volto: Isabelle è continuamente guardata, ma mai amata. Un film di corpi, seguiti dalla macchina da presa nei loro vorticosi spostamenti, che non li abbandona neanche nelle scene di sesso, dove non emerge alcuna vergogna nel mostrare i dettagli della pelle raggrinzita dal tempo.

Del testo di Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, di cui il film doveva essere originariamente una trasposizione, rimane soltanto la scrittura frammentata, ironica e leggera, l’unica adeguata a trattare le inspiegabili agonie d’amore. La complessità del carattere femminile e del suo approccio alle relazioni sentimentali emerge proprio grazie alla sceneggiatura di Claire Denis e Christine Angot, che infarciscono le conversazioni fra Isabelle e i suoi amanti di “non detto”, di parole pensate per ottenere l’esatto opposto, di frasi sospese e sintassi interrotte.

Isabelle raggiunge il climax del suo percorso tra le nevrosi d’amore proprio in un dialogo, dai toni surreali eppure verosimili, insieme a un terapista new age (Gérard Depardieu). Una discussione a senso unico: lei capisce solo ciò che vuole capire, lui cerca di dire solo ciò che lei vorrebbe sentirsi dire. Questo dialogo, che implica una riflessione sulle relazioni umane, permette un confronto fra due mondi: da un lato una donna, che non smetterà mai di credere nel vero amore; dall’altro un uomo, che tenta delicatamente di persuaderla a rifuggire i pericoli del cuore. Ma Isabelle continua con le sue congetture su ogni uomo che incontra e, con la purezza di una bambina, aspetta speranzosa il principe azzurro. Lo aspettano tutti, anche i più cinici.

Fosca Raia