Film presentato alla 70a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2013), è stato distribuito nelle sale italiane da Ripley’s Film, Nexo Digital e VIGGO esclusivamente nei giorni 31 marzo e 1 aprile 2015. Costituisce una sorta di prequel dei precedenti Prologo – Storie dai villaggi dell’Hunsrück (1981), Heimat (1984), Heimat 2 – Cronache di una giovinezza (1992), Heimat 3 – Cronaca di una svolta epocale (2004), Epilogo – Heimat-Fragmente: Die Frauen (2006).

È significativo che, proprio negli anni in cui la Germania tiene in pugno le sorti economiche dell’Europa, Edgar Reitz scelga invece di raccontare una Germania “altra”, così cronologicamente vicina eppure così politicamente e socialmente diversa – i protagonisti sono infatti di sole tre generazioni fa –, in cui miseria e povertà dilaniavano la popolazione, priva di ogni prospettiva futura. Oltre a un retrogusto di “Sehnsucht” – termine difficilmente traducibile, ma reso letteralmente come “nostalgia” – Reitz vuole veicolare anche un cambio di punto di vista per incrementare la comprensione nei confronti di uno stesso problema: il Paese oggetto oggi di immigrazione era invece una terra da cui si emigrava, con la speranza di un futuro migliore.

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“Heimat” – che, come molti altri lessemi tedeschi, è portatore di una polisemia che lo rende difficilmente traducibile – può essere reso letteralmente in italiano come “casa”, “patria”, “luogo natio”, insomma, il luogo in cui risiedono le proprie radici e in cui ci si sente a casa perché vi si è nati o vi si è trascorsa l’infanzia. Il concetto nasce da una forma di patriottismo sviluppatosi in Germania durante il XIX secolo – periodo di un’industrializzazione che ha causato un’intensa urbanizzazione e l’abbandono delle zone rurali, accompagnata dalla scomparsa degli staterelli tedeschi, unificati sotto il dominio prussiano – come reazione all’alienazione dovuta alla perdita della propria identità, del proprio legame con la terra natia. Alla luce degli sviluppi storici successivi l’”Heimat”, sentimento che ha portato al rifiuto di tutto ciò che esulava dall’appartenere alla propria terra d’origine, è stato considerato lo stato embrionale del binomio nazista “Blunt und Boden” (“Sangue e Terra”), fornendo così l’ennesimo tentativo di motivare gli orrori del secolo successivo.
Nel secondo dopoguerra (1945-1965) si era sviluppato un genere cinematografico incentrato sull’”Heimat”, l’Heimatfilm, che comprendeva film con protagonisti tedeschi o austriaci, ambientati in villaggi di montagna e aventi una trama sentimentale fortemente stereotipata (un’ingenua fanciulla contadina corteggiata da un buon giovane suo compaesano e da un cattivo forestiero, ma alla fine a ottenere la sua mano sarà il primo dei due pretendenti). In tutta la saga di Reitz troviamo alcuni di questi elementi, soprattutto il forte senso di appartenenza alla propria terra di origine e la dialettica città-campagna, che vengono però approfonditi e acquistano ben altro spessore, in quanto inseriti in questa sorta di “epopea dell’”Heimat” su più livelli”.
In L’Altra Heimat – Cronaca di un sogno Reitz prende infatti le mosse dalla propria “Heimat”, la regione rurale tedesca dell’Hunsrück in cui è nato, per dare però una nuova interpretazione del termine: l’”Heimat” non deve per forza corrispondere alla terra assegnata a ognuno di noi dal proprio destino, può anche essere il risultato di una scelta, una terra nuova e diversa a cui è finalmente lecito aspirare. Jakob – il giovane protagonista – è la personificazione di questa nuova idea, di questo nuovo desiderio di felicità, diventato ora – nel 1840 – un vero e proprio diritto grazie alla Rivoluzione Francese e alla dominazione napoleonica che hanno introdotto concetti illuministi fortemente in contrasto con i valori di sottomissione, umiltà e rassegnazione inculcati per secoli dalla Chiesa e dalle autorità. La molla primaria che spinge i tedeschi all’emigrazione è, sorprendentemente, non la fame, né la miseria, né le carestie, né le disparità sociali, bensì l’immaginare un mondo utopico altrove, lontano e diverso dall’’”Heimat”, libero dalle costrizioni sociali imposte “dall’alto”. Per questo Jakob, tipico eroe tragico reitziano, soffre a Schabbach e sogna il Nuovo Mondo degli Indiani: vittima di una tensione ideale intrinsecamente legata al suo esserci hic et nunc e al suo essere uomo, si scontra inevitabilmente con i suoi stessi limiti, ma proprio in questo implacabile e violento slancio sempre negato risiede la sua grandezza. Visivamente, gli elementi vitali e naturali, “Heimatiani” – se me lo concedete – sono messi in evidenza grazie a impressioni di colore, rispetto al resto del film che è invece in bianco e nero, ma talmente ben dosato nei contrasti e nei cromatismi da risultare quasi tridimensionale, come se le figure uscissero dallo schermo – evitando così l’uso dell’orrendo 3D, aborrito anche da Reitz stesso.

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Un film realistico che rifugge volontariamente di cogliere e sviluppare molte occasioni di drammatizzazione, che sicuramente avrebbero permesso a Reitz di avere sale più piene, ma che lo avrebbero fatto sentire un “falsificatore, truffatore e comico”. Il regista, esponente della seconda ondata del Nuovo Cinema Tedesco, decide di rimanere fermo sulla propria “professione di fede solenne nei confronti della verità” e rappresenta così la realtà vera, la vita vera, senza banalizzarla come molti suoi colleghi, ma presentandola con le sue ambivalenze e contraddizioni. Con questo intento “neorealistico” asservisce il proprio cinema a un’osservazione esatta dei comportamenti umani per poterli comprendere al meglio, senza forzare la storia al fine di aumentare il dramma con rumorosi conflitti e morti spettacolari: le famiglie dell’Hunsrück di metà ‘800, che arrancavano faticosamente per sopravvivere, consideravano le sofferenze d’amore, le rivalità tra fratelli, le liti e la cultura problemucci superflui “di lusso”, diventando immuni e impassibili nei confronti di questi; c’era ben altro a cui pensare. Per 230 minuti Reitz mostra con grande potenza coinvolgente cosa significasse vivere in quella diversa forma mentis, e sbatte in faccia allo spettatore del XXI secolo quanto i suoi “drammi” consumistici non siano altro che frutto di egocentrismo e di pretese esagerate, nonché totalmente inutili.

Un film che è anche epico, come tutti gli altri episodi di questa meravigliosa saga culto del ‘900: per l’ennesima volta Reitz riesce a coniugare la piccola storia con la Grande Storia, uguagliandole per importanza, e anzi raccontando i grandi eventi storici attraverso le piccole vicende di una piccola comunità di un piccolo paesino di coltivatori. Grazie infatti alle ottime collaborazioni con Gernot Roll (direttore della fotografia), Michael Praun (operatore steadycam) e Toni Greg (scenografo) in L’altra Heimat – Cronaca di un sogno il regista è riuscito in una ricostruzione storica monumentale e perfetta, a livelli che solo Kubrick è riuscito a raggiungere: in mancanza di uno scenario reale storicamente credibile ha creato, sulla base di lunghe e approfondite ricerche storiche e testimonianze paesane, il suo Schabbach, con un’incredibile maestria artigianale e un’attenzione maniacale ai dettagli.

Quando la macchina da presa, sempre vicina ai soggetti nel raccontare le vicende che si svolgono nel paese, si allontana, abbiamo solo vedute di paesaggi rurali, di campi coltivati a perdita d’occhio  insomma, di “nulla” ci rendiamo conto dell’opera d’arte eccezionale a cui siamo assistendo e abbiamo assistito: Reitz ci ha raccontato l’emigrazione di massa dalla Germania, la Prima Guerra Mondiale, l’ascesa del nazismo e la Seconda Guerra Mondiale, la caduta del Muro di Berlino e la Nuova Germania, arrivando fino alla soglia degli Anni Zero tramite le immagini, certamente forti e al contempo inquiete e aperte al dialogo, di un solo paesino dell’Hunsrück.

Benedetta Pini