Voto

8

Devono essere mesi straordinari per i fratelli D’Innocenzo. A meno di un mese dall’uscita di Dogman, per il quale hanno collaborato come sceneggiatori, arrivano in sala con il loro primo lungometraggio, firmando uno degli esordi più interessanti degli ultimi anni. Racconto di periferia come il film di Garrone, La terra dell’abbastanza è una nuova storia di un’umanità desolante, sperduta nell’ancor più disarmante deserto, fisico e metafisico, che è Tor Bella Monaca.

Attraverso una scrittura mimetica che ricorda quella di Claudio Caligari, i due fratelli gettano lo spettatore nella terra in cui bisogna “fare con quello che c’è” e cogliere disperatamente l’occasione di svoltare in qualunque forma. I dialoghi, ridotti all’osso, arrivano direttamente dai parcheggi dove si ritrovano i ragazzi del quartiere o dai bar in cui le slot machine vomitano false promesse; complici una solida direzione attoriale, la caratterizzazione dei personaggi e la scelta delle location, che riflettono in maniera straordinaria l’umanità di questi luoghi abbandonati.

La macchina da presa rimane incollata ai volti dei personaggi, isolandoli dal contesto con una profondità di campo strettissima: è uno sguardo che non ha censure, partecipe senza essere assolutorio e continuamente provocatorio nei confronti dello spettatore, mettendolo faccia a faccia con gli occhi sbarrati di Mirko (Matteo Olivetti), con la strafottenza di Manolo (Andrea Carpenzano) e con le piccole e grandi meschinità di chi gli sta accanto.

Il risultato è un racconto ineccepibile nel suo rigore, un romanzo di formazione oscuro in cui il delitto si trasforma in un’inaspettata opportunità e il castigo arriva a poco a poco. Un tarlo che scava dentro l’anima e che si può mettere a tacere solo se si riesce a non pensare, soffocandolo con i soldi e i regali costosi in quella periferia dell’anima che ha trovato nei fratelli D’Innocenzo i suoi nuovi cantori.

Francesco Cirica

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