Negli ultimi mesi la Sherpa Records ha arricchito la sua scuderia con un numero significativo di bei puledri, puliti, eleganti e, a modo loro, agili. È opportuno, quindi, riassumere il pedigree dei suoi acquisti più recenti, nel caso qualche amante delle scommesse volesse monitorare le loro corse presenti e future, il che non sarebbe una cattiva idea visto che la Sherpa sta cominciando ad avere le sue belle soddisfazioni: il Signor Morning Tea, che lo scorso settembre ha licenziato l’aggraziato Nobody Gets A Reprieve, è atteso il 24 maggio al “Birmingham Popfest”, un giovane festival per giovani indie.
Cominciamo quindi un rapido identikit dei cavalli della Sherpa, seguendo l’ordine di uscita dei rispettivi long-play di debutto:Omake

– il 12 febbraio è stato il virgulto più elettronico della scuderia, vale a dire Omake, a sgravare. Omake è il nome d’arte del pisano Francesco Caprai, e il suo album si chiama Columns, gutturalmente prodotto da Davide Barbafiera. Nei quaranta minuti della sua durata, l’ascoltatore può sdraiarsi su un tapis roulant di suoni sintetici e usare come coperta la voce gregoriana di Omake, la cui stentorea solennità, assecondata da cori apocalittici, potrebbe essere utilizzata proficuamente per accompagnare lo sterminio (a rallentatore) del genere umano in un film catastrofico prodotto da Jerry Bruckheimer. Qualcuno invii a quest’ultimo i file di Darkside/The Fighter, brano di apertura di Columns, e della buissima Korsakoff!
Scherzi a parte, in alcuni passaggi la tombalità della voce di Omake fa sembrare le melodie più piatte di quanto non siano (Like a Snake, as an Eagle e Woman, per esempio, restano un po’ informi); d’altro canto alcune tracce meritano un’alta considerazione per la loro capacità di raggiungere una strana forma di orecchiabilità attraverso vie misteriose e sotterranee. È il caso del singolo Purest Love, un saggio di galateo elettronico di cui è stata recentissimamente creata una Intimate Version per corredare un’apparizione di Omake in un live per Bunker TV; non è un pezzo scoppiettante nel senso ovvio del termine – così come non lo sono le altrettanto meritevoli Nighthawk e Slowrunner – ma, piuttosto, una serie di piccole esplosioni subacquee. Molto piccole, quasi da idromassaggio.

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– Il 3 marzo è stato il turno dell’album The Iceberg Theory, firmato da Old Fashioned Lover Boy, un nome (di sicuro impatto sui fan dei Queen) che fa tanto “sito d’incontri per gente matura”, ma che in realtà è lo pseudonimo Alessandro Panzeri, la cui voce volteggia lontanissima nei sette brani di questo LP dalla pregiata copertina.
Le percussioni si strofinano pesantemente tonfo dopo tonfo, le chitarre procedono linde e pinte, come se stessero andando a un concorso di bellezza; la voce è l’immagine della mitezza (in Barracudas prende un po’ di slancio, ma sempre con gran garbo), pur senza essere inespressiva, ma resta sempre nel suo iperuranio a disegnare le melodie con lo Spirograph, volteggiando con più (vedi She Understands e Smile) o meno insistenza (vedi Desolate, fin troppo coerente col suo nome). La vitalità non è una priorità in The Iceberg Theory, ma l’eleganza sì, e Old Fashioned Lover Boy se la può permettere anche in virtù della breve durata dell’album (sui ventotto minuti), concluso dalla sapiente Stay, in cui la voce esile ma appassionata (addirittura!) si scontra con una batteria che lancia presagi più che foschi.

Dust

– Il 21 marzo è arrivato infine On The Go dei cormanesi Dust, che si sono meritati questo nome monosillabico con dei brani dall’umore incredibilmente amaro: già in (Our Alien) Millenium percepiamo la desolazione di qualcun altro che – appunto – morde la polvere (parafrasando i Queen, visto che Old Fashioned Lover Boy ci ha fatto entrare in tema). Inizialmente la voce del cantante Andrea D’Addato è così crudelmente asettica da far sperare che si metta a baritoneggiare in modo più empatico, cosa che avviene – per un attimo – in It’s Been a Long Time, dopodiché l’album si umanizza gradualmente, anche se i brani restano avvolti da una brezza desertica che soffia granelli di sabbia lavorati uno ad uno con abilità notevole (non per nulla a produrre On The Go è stato Simone Sproccati, spalla dei Disco Noir nel godibile Aware). Con Cinema Pt. 2, divisa tra scurimenti e schiarimenti della voce, e con Not a Tear, più fiorita nella sua austerità, i Dust arrivano alla fine dell’album abbassando le loro resistenze, e permettendo al pubblico – finalmente – di abbassare le sue!

Andrea Lohengrin Meroni