Voto

5.5

Al suo primo lungometraggio, il regista Emanuele Scaringi affronta una sfida forse troppo grande: mettere in scena una graphic novel. Non certo un’impresa facile, specialmente se si parla di Zerocalcare, uno degli autori dallo stile più riconoscibile di tutto il panorama italiano. La profezia dell’armadillo, tratto appunto dall’omonima graphic novel, racconta le vicende che girano attorno alla vita di Zero, fumettista squattrinato di Rebibbia, in seguito alla morte del suo primo amore adolescenziale.

In un lungo e piuttosto monotono gioco di flashback il film racconta le vite di quattro ragazzini alle prese col “primo amore” da una parte e con la “prima morte” dall’altra, senza però scadere nel melenso e in facili sentimentalismiEliminando lo stile e le tematiche più “de sinistra” dello Zerocalcare autore, Scaringi rispetta solo in parte l’opera originale, venendo a meno anche a quel grande coacervo di citazioni pop che sono da sempre il marchio di fabbrica del fumettista romano.

Nota di merito tuttavia alla resa dell’armadillo – animale guida che segue il protagonista nel film come nel fumetto. E azzeccatissimo il costume: una creatura che potrebbe essere dei Mutoid, malriuscita e goffa, che è l’involucro in cui Valerio Aprea riesce a dare il meglio di sé, conferendo all’animale quella saggezza mista a idiozia che suscita gli stessi sentimenti nel film come nel romanzo.

Condito con qualche scena inutile giusto per portare a casa un trailer simpatico (vedi il dialogo-scontro generazionale tra Zero e sua madre per aggiustare un “problema” del computer), il film si protrae per i classici 90 minuti senza particolari picchi di emozione, e si lascia la sala con niente di più in mano che qualche risata, più pensando al romanzo che al film.

Andrea Mauri

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