Voto

7

È il 1971. L’uscita di Sacco e Vanzetti di Montaldo riporta all’attualità la storia dell’omicidio di stato perpetrato in America a scapito della vita di due anarchici italiani, Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, giustiziati alla sedia elettrica il 23 agosto 1971. La storia è scioccante, e la pellicola ne rilancia l’impatto sociale: il film riscuote un grandissimo successo, tanto che i due anarchici vengono riabilitati dalla corte del Massachusetts – ecco l’incredibile forza del cinema.

Ma Sacco e Vanzetti, che tornerà presto sugli schermi in versione restaurata, è prima di tutto un ottimo prodotto artistico: lo testimonia La morte legale, documentario di Silvia Giulietti che ne racconta la genealogia con sobrietà e precisione, permettendo allo spettatoredi spiare l’affascinante making of di una grande pellicola. Il filo del racconto è tenuto dallo stesso regista, che propone un quadro di problemi, difficoltà e gioie del processo di creazione, arricchendolo con frequenti intermezzi di collaboratori e storici che inquadrano con lucidità una vicenda incredibile per la sua ingiustizia e ancora attualissima – basti pensare al caso Cucchi raccontato da Sulla mia pelle.

La documentazione viene presentata in modo semplice e lineare, e si rivela una scelta vincente per raccontare la storia di un processo che ebbe risonanza mondiale e, allo stesso tempo, di un film di grande impatto. Non c’è un errore nella regia, sciolta e compita. La terribile storia di Sacco e Vanzetti torna a galla mentre si rimane incantati nel sentir parlare Montaldo e Morricone (autore della colonna sonora e della straordinaria “Ballata di Sacco e Vanzetti”) e nello scoprire la grande dedizione di Volonté e Cucciolla alla caratterizzazione dei personaggi. Ne esce un quadro positivo, che testimonia prima d’ogni altra cosa il potere del cinema.

Ambrogio Arienti

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