Gabriele Salvatores, nelle sale da gennaio con Il ragazzo invisibile, il 18 novembre ha tenuto un incontro presso l’Università degli Studi di Milano per raccontare la sua esperienza artistica, ricordando in particolare quei giorni movimentati degli anni ’70 che dal teatro lo hanno fatto approdare al cinema.
Veniamo catapultati negli anni tra il ’72 e l’80, in una Milano diversa, quasi irriconoscibile se si pensa a quella di oggi. C’erano una certa musica in giro e un’aria frizzante, grazie anche agli stimoli provenienti dal cinema indipendente inglese e tedesco, che a loro volta si rifacevano alla grande corrente neorealista italiana.
Salvatores stava seguendo i suoi studi di giurisprudenza con poca convinzione, in questa città forte e viva che pullulava di nuovi gruppi teatrali e musicali, carica di rabbia e voglia di cambiare le cose.
Il Teatro dell’Elfo nasce proprio adesso, nel 1972, fondamentale per aver reso possibile l’incontro di persone diverse ma accomunate dagli stessi interessi: un gruppo di amici del liceo che, quasi privo di tecnica, ha creato quello che ora è un’istituzione non poco rilevante e che ha reso possibile la realizzazione dell’utopia che anche a Milano si potesse fare cinema, non solo a Roma.
Nel ’77 inizia a prendere forma il primo film di Salvatores – Sogno di una notte di mezza estate – che uscirà nel 1983. Un musical, emblema della crossmedialità, dell’incontro di teatro e musica, di classico e moderno. Gli spiritelli erano infatti rappresentati come dei veri Punk, fautori di quella che probabilmente è stata l’ultima forte rivoluzione culturale. “Ce ne vorrebbe un’altra” – afferma – e la rete promette molto bene in questo senso”, riferendosi chiaramente al suo documentario sperimentale Italy in a day – Un giorno da italiani. Sogno di una notte di mezza estate era sì un film, ma tra molte virgolette: lui stesso era impreparato e il primo giorno di riprese si era trovato talmente confuso e intontito di fronte a quel trambusto di comparse, gru, luci, truccatori, tanto che era corso a nascondersi nella sua roulotte, impaurito. Nulla a che vedere con l’ambiente del teatro: più intimo, piccolo e rilassato. Per fortuna Salvatores sarà sostenuto in questo progetto dalla preziosa collaborazione del direttore della fotografia Dante Spinotti e della montatrice Gabriela Cristiani.

Pochi anni dopo, nel 1987, esce Kamikazen – Ultima notte a Milano, che può essere considerato il suo primo vero film, reso possibile grazie a un gruppo di attori molto affiatato, definiti da Salvatores “una tribù con gli stessi colori di guerra”. Per citarne solo alcuni, diventati poi tutti famosi: Claudio Bisio, Antonio Catania, Renato Sarti, Bebo Storti.

Nel riflettere sul passaggio dal teatro al cinema, vissuto da lui in prima persona, Salvatores espone i suoi pensieri sulle specificità di questi due mezzi comunicativi. “Il teatro – spiega – è il luogo della distanza, in cui capisci e nel contempo accetti la finzione, è dunque la terra degli attori. Il primo teatro era addirittura senza testi, costumi o scenografie, ma gli attori ci sono sempre stati ed è attraverso loro che lo spettatore ha la possibilità di scegliere cosa vedere, grazie proprio alla forte dimensione di gruppo che vige in quell’ambiente.
“Il cinema è invece la casa del regista, il quale ha la responsabilità, anche morale, di decidere cosa mostrare al pubblico attraverso le proprie scelte di regia. Il regista” – e da queste parole sorge inevitabilmente un riferimento a Truffaut, massimo esponente della politique des auteurs dei Cahiers du cinéma – “è infatti solo e segue la propria ispirazione personale, o sono le stesse storie ad andare a cercarlo, in base all’attrazione che ognuno di noi ha verso certi aspetti della vita”.
“Il teatro è come un matrimonio” – conclude – “da costruire, rinnovare e mantenere giorno dopo giorno. Il cinema è passione impellente, da bruciare al momento”.

La Milano degli anni ’80 era poi diventata una città commerciale e da cui fuggire, che stava stretta agli artisti in cerca di un altrove, che anelavano a ciò che si trova oltre l’orizzonte e che Salvatores ha rappresentato nei suoi film, spesso attraverso il mare come in Mediterraneo, il secondo film de La trilogia della fuga. Egli è infatti stato da molti chiamato “il regista della fuga” a partire dai suoi tre film Marrakech Express, Turné e Mediterraneo. Citando Gramsci, Salvatores cerca di precisare questa definizione affermando: “Non basta la ragione a spiegare la realtà, alcuni di noi sono per natura più propensi a raccontare”. Ed è proprio per questa sua capacità innata coniugata alla sua paura della quotidianità che sceglie di raccontare l’altra dimensione. “Fuga” per lui significa questo: cambio di dimensione, non l’esimersi da obblighi e responsabilità. Completa questa sorta di difesa facendo suo il pensiero del filosofo francese Jacques Derrida, sostenendo che la potenza del cinema stia nel RI-evocare fantasmi, nel tirare fuori qualcosa che è già dentro di sé per vederlo poi proiettato sullo schermo e concretizzato.

Salvatores non aveva una famiglia e continuerà a scegliere di non averla. Non ne sente il bisogno: quella tribù dell’Elfo è stata, è e sarà la sua famiglia.
E proprio ora che vive l’età in cui potrebbe essere padre, decide di girare un film per giovani: Il ragazzo invisibile. Approda anche alla fantascienza, genere inusuale in Italia e considerato di serie B, cosa che ha condizionato molto il cinema italiano, inserito in una mentalità che vede la cultura come qualcosa di autoriale e che racconti la propria visione del mondo. Il produttore Nicola Giuliano ha deciso di avviare il progetto de Il ragazzo invisibile pensando proprio ai suoi figli: un film cross-generazionale, fantastico, popolato da supereroi ed esploratori e che, anche se appare inserito in un genere nuovo, affonda in realtà le sue radici nel passato, “fino a risalire all’Odissea e alla Bibbia” – afferma il regista, forse ironicamente.
L’esperienza cinematografica di Salvatores, nata come teatro trasposto sulla pellicola, si conclude, per ora, nell’intento di girare un film di genere, ma elevandolo alla qualità del grande cinema autoriale.

Riccardo Garofalo e Benedetta Pini