Voto

6
 

La metafora della “mano invisibile”, a cavallo tra filosofia ed economia, sta a significare che ogni imprenditore, pur mosso dai propri interessi, agisce più o meno inconsciamente per il bene comune, producendo di fatto qualcosa di utile e offrendo posti di impiego. David Macián, regista spagnolo trentaseienne, trae spunto da un romanzo di Isaac Rosa per passare ai raggi X un simile quadro, mostrando fin da subito un occhio critico e diffidente.

Una non precisata azienda (la pellicola non chiarisce i particolari) ingaggia dei disoccupati per mettere in piedi uno spettacolo televisivo che ricorda quasi il The Truman Show, una specie di reality sul lavoro comune: ci sono un muratore, un macellaio, una centralinista e molti altri. Tutte mansioni semplici e ripetitive, rese ancor più opprimenti da una clausola del contratto, che stabilisce la necessità di distruggere ogni giorno il lavoro compiuto. Ad assistere a questo spettacolo alienante un pubblico quasi mai inquadrato e impersonale, che si appassiona a un simile gioco, sadico e improduttivo.

La pellicola possiede una forte carica di denuncia sociale che colpisce lo spettatore, ma non mira, nel complesso, a un punto di arrivo. Non c’è una linea narrativa, né una morale precisa e puntuale: l’obiettivo è quello di costruire un teatro macabro e capace di instillare nella mente dello spettatore diverse domande. Obiettivo raggiunto, eppure la presentazione dei personaggi, ripetuta impersonalmente e alla lunga stancante, unita all’anemia del racconto, privo di colpi di scena significativi, rischia di annoiare e smorzare la forza d’impatto del film.

 

Ambrogio Arienti