Voto

6.5
 

Inserendosi comodamente nella logica del film di genere, Ric Roman Waugh dirige con sobrietà un dramma carcerario forte di una struttura da“tragedia greca”: basta una leggerezza, un bicchiere di troppo, per condannare Jacob (Nikolaj Coster-Waldau) a un’inarrestabile spirale discendente da cittadino modello a membro di spicco della fratellanza ariana. Inevitabile passaggio è il carcere, durissimo, dove cane mangia cane e non si può sopravvivere senza sporcarsi le mani.

Non che quando si esce cambi qualcosa, come la regia si premura di sottolineare raccontando in parallelo passato e presente, reclusione e successiva parentesi di libertà (vigilata), e rinchiudendo il protagonista in una stanza di motel non dissimile da una cella. Ciò che, in fondo, interessa al regista è parlare di un sistema che non rieduca, ma instrada al crimine e sceglie di farlo adottando un ritmo compassato e posizionando la macchina da presa a una giusta distanza emotiva dal suo protagonista: la violenza viene raccontata con crudezza ma senza enfasi, servendosi del rallenti come pausa di riflessione, respiro profondo prima di ogni caduta del protagonista.

Niente di nuovo, né nei contenuti né nel linguaggio: l’idea di Waugh è, piuttosto, quella di appellarsi ai luoghi comuni del genere per costruire un film solido come le prove dei suoi attori, rigoroso e inesorabile come il suo desolante “lieto fine”.

Francesco Cirica